AMORE

L'AMORE PIU' GRANDE....

NON PRAEVALEBUNT

..

Canto gregoriano

Canto gregoriano

LA BEATA VERGINE MARIA

LA BEATA VERGINE MARIA

RECITA IL SANTO ROSARIO ON-LINE

SAN MICHELE UCCIDE IL DRAGONE

SAN MICHELE UCCIDE IL DRAGONE
PROTETTORE DEL SITO Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute in infernum detrude. Amen.

Antica Bibbia

Antica Bibbia

LA BIBBIA: IL LIBRO DI DIO


"Una lampada  su un sentiero buio, la pioggia che scende dal cielo su un terrreno arido e stepposo, una spada che penetra nella carne." 

"Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino".

"Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra , senza averla fecondata e fatta germogliare, perchè dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me - dice il Signore- senza avere operato ciò che desidero, senza avere compiuto ciò per cui l'avevo inviata".  "La Parola di Dio è viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore". "La Bibbia è l'intreccio fra Dio e la nostra storia; la Pasqua del Cristo nasce dalla crocefissione, la vita sboccia dalla morte. La Bibbia non celebra un Dio lontano ma un Dio incarnato che salva la nostra storia. Cercherò di meditare ogni giorno le parole del mio creatore, cercherò di conoscere il cuore di Dio dalle parole di Dio affinchè io possa ardentemente desiderare i beni eterni  e con maggior desiderio la mia anima si accenda di Amore per Dio e per il fratello".

I TESORI DELLA BIBBIA da meditare...... per es . cercate : AMORE.....

TESTI SEGRETI LIBRI

venerdì 10 dicembre 2010

I seminari diocesani missionari "Redemptoris Mater"
























Quaderni di diritto ecclesiale 12 (1999) 95 - 122


Un nuovo tipo di seminario?


di Bruno Esposito



Introduzione

Un recentissimo documento curato dalle Congregazioni per l'educazione cattolica, le Chiese orientali e gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha richiamato con forza l'importanza di una pastorale vocazionale, attenta ai segni dei tempi, che sappia suscitare "nuove vocazioni per una nuova Europa1. Detto documento è l'ultimo di una lunga serie, espressione di quanto la Chiesa sia cosciente di quale bene inestimabile sia soprattutto la vocazione al sacerdozio e quindi della necessaria attenzione da riservare sia alla pastorale vocazionale sia alla formazione dei candidati al sacerdozio2.

Il concilio Vaticano II ha analizzato e definito l'identità e la missione del presbitero nel decreto Presbyterorum ordinis e ha stabilito gli aspetti essenziali della sua formazione nel decreto Optatam totius. Ma la riflessione della Chiesa dopo il Concilio è continuata3, nell'intento di approntare una formazione al presbiterato che sappia coniugare l'identità essenziale del sacerdote, che non muta, con l'adattamento ai nostri tempi, ai suoi bisogni, alle novità di richieste, e quindi di risposte, che esso porta con sé4. Crediamo sia questo lo sfondo nel quale collocare la figura, relativamente nuova, dei seminari diocesani missionari "Redemptoris Mater"5.

Per poter cogliere meglio la specificità e l'innovazione di questo tipo di seminario, sembra opportuno sviluppare il presente studio dividendolo in tre punti: 1) breve storia del Cammino Neocatecumenale; 2) l'idea di un seminario missionario diocesano; 3) aspetti canonistici sulla normativa propria di questi seminari. A conclusione si darà una nostra valutazione complessiva. Infine, a modo di appendice, si crede di fare cosa utile riportando tre documenti a tutt'oggi non pubblicati: a) Decreto di approvazione definitiva dello Statuto e della Regola di vita del seminario "Redemptoris Mater" di Roma (1990); b) Statuto e c) Regola di Vita del medesimo seminario, che di fatto hanno costituito il prototipo a cui hanno fatto riferimento tutti gli altri seminari canonicamente eretti nelle varie parti del mondo per lo stesso scopo6.



Breve storia del Cammino Neocatecumenale7

Si è creduto necessario iniziare con una breve presentazione delle caratteristiche principali del Cammino per due motivi. Innanzi tutto perché chi non ha avuto occasione di interessarsene direttamente rimane inesperto o ha spesso una conoscenza frammentaria fatta perlopiù di luoghi comuni; secondariamente perché affrontare la figura giuridica dei seminari "Redemptoris Mater" prescindendo dalla realtà dalla quale sono nati significherebbe precludersi ogni possibilità di corretta valutazione.

Quella che potremmo chiamare la prima Comunità Neocatecumenale nasce nel 1964 a Madrid e vedrà come primi componenti i baraccati di "Palomeras altas". Tra questi ultimi, e con questi, due giovani spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernàndez, cominciano timidamente a intravedere un modo nuovo, ma che poi è antico, di intendere e di vivere la vita di fede.
#

"Con meraviglia fummo testimoni di una parola che, facendosi carne in gente così povera che la accoglieva con gioia, dava luogo alla nascita di una comunità e di una liturgia sorprendente per la risposta di tanti fratelli che, pieni di peccati, benedicevano il Signore che si era ricordato di loro: così, in un periodo di tre anni, vedemmo apparire davanti ai nostri occhi un tripode sul quale si sarebbe basato il Cammino che il Signore andava creando: l'embrione di un Catecumenato"8.

Alla luce di questa felice intuizione, che individuava nella parola, nella liturgia e nella comunità la base su cui radicare il cammino personale di conversione, il solo che porta a quella fede adulta oggi sentita come indispensabile nella prospettiva tracciata dal concilio Vaticano II, e attenti e docili alle mozioni dello Spirito, questa prima esperienza si diffuse in modo imprevedibile prima in Spagna, poi in Italia e successivamente in tanti altri Paesi fino ad arrivare alle attuali 105 nazioni dei cinque continenti, con un numero di circa 15 mila comunità in cinquemila parrocchie di ottocento diocesi9.

Vediamo ora più da vicino le caratteristiche e le tappe di questo cammino di fede. Sempre una nuova Comunità Neocatecumenale nasce all'interno di una parrocchia10, perché il parroco ha espresso la volontà di avere questo tipo di approfondimento della fede nella propria cura. Di solito egli si rivolge a una parrocchia (dove già esiste il Cammino richiedendo dei catechisti "i quali si impegnano ad iniziare e guidare il Neocatecumenato, in comunione col parroco. I catechisti parlano anche con tutto il presbiterio, presentando la necessità di inaugurare una pastorale di evangelizzazione attraverso un Catecumenato post-battesimale; successivamente hanno un incontro con i movimenti della parrocchia e, da ultimo, fanno un invito a tutti i fedeli durante le Messe domenicali"11. La proposta che di fatto viene lanciata, negli annunci durante le varie messe, per partecipare alle Catechesi iniziali, che precedono ordinariamente la nascita di una nuova Comunità, a vicini e lontani, a tiepidi e a persone già impegnate sul piano della fede, è quella di una riscoperta del proprio essere cristiani, delle conseguenze essenziali del proprio battesimo attraverso un Neocatecumenato che procede per tappe, molto simile a quello che la Chiesa dei primi secoli aveva previsto per i neofiti, ed evidentemente adattato alla loro situazione di battezzati.



Prima tappa: il Kerygma

Nei successivi due mesi, nel corso di due incontri settimanali, vengono portate avanti le varie catechesi che mirano essenzialmente all'annuncio della Buona Novella centrata su quello che le persone stanno di fatto vivendo nella loro situazione. Un annuncio che cala nella loro vita e illumina le gioie e i dolori. Queste catechesi sono portate avanti da un équipe composta da un sacerdote, da una o due coppie di sposi e da un giovane. Questo ciclo di catechesi si conclude con una convivenza di tre giorni al termine della quale, normalmente, nasce la Comunità. Sua caratteristica sarà quella di essere massimamente eterogenea per età, cultura, censo, ecc., e di rispecchiare in piccolo la multiformità del Popolo di Dio.

Inizia, quindi, la fase chiamata di precatecumenato, durante la quale la comunità come tale inizia il suo cammino di approfondimento della fede, incontrandosi una volta alla settimana per celebrare la parola di Dio ed un'altra, il sabato sera, per l'eucaristia. Inoltre, ogni mese si avrà una celebrazione del sacramento della penitenza e poi, in una delle domeniche del mese, ci si ritroverà per una convivenza di un giorno, in cui c'è la possibilità di condividere con i fratelli come di fatto la Parola sia o meno calata nella propria vita.

Questa prima tappa si conclude, all'incirca dopo due anni, con lo scrutinio di passaggio al Catecumenato. "In questo scrutinio, alla presenza del vescovo, viene posta davanti alle persone la prima parte del loro battesimo affinché dicano "Amen" e la grazia da esso conferita possa crescere e operare, aprendo la porta al Catecumenato12.



Seconda tappa: il Catecumenato postbattesimale

Questa tappa del Catecumenato prevede due periodi. Nel primo la Comunità, attraverso una sempre più intima familiarità con la Parola e l'eucarestia, porta i fratelli che la compongono a mettere sempre più al centro della loro vita Cristo. Questo periodo si conclude con il secondo scrutinio. Inizia quindi il periodo di Catecumenato in cui "i Catecumeni sono iniziati dai catechisti ad una preghiera individuale e quotidiana con la consegna dei Salmi"13. È questo lo scrutinio dell'iniziazione alla preghiera, a cui seguiranno quelli della Traditio e della Redditio Symboli, nei quali ogni membro della Comunità è messo di fronte alla responsabilità assunta nel battesimo e nella cresima di essere testimone della fede.

Terza tappa: l'Elezione, la rinnovazione delle promesse battesimali

Con questi due momenti forti, al termine di un cammino, che può essere di quindici o venti anni, si conclude questo "itinerario nella fede", ma continua la presenza della Comunità nella Chiesa locale. Semplice e umile testimonianza che è possibile ed è gioioso coniugare vita e fede, a condizione che ci si fidi di Dio e ci si lasci guidare dal suo Spirito14.

In queste Comunità, durante i diversi anni di cammino, sono sorte spontaneamente vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa, singoli o coppie disponibili a essere Catechisti itineranti nelle varie parti del mondo, vergini o vedove che si mettono a disposizione per l'evangelizzazione, ecc.



L’idea di un seminario missionario diocesano

Come si è accennato, tra i primi frutti del Cammino abbiamo una figura abbastanza nuova: quella dei Catechisti itineranti, ossia uomini e donne, per lo più coniugati, che hanno fatto un'esperienza forte di Cristo nella loro esistenza (esistenza che è risultata trasformata) e che mettono la loro vita a completa disposizione dell'evangelizzazione, della propria e delle altre nazioni, per ogni luogo dove un parroco o il vescovo lo richieda.

Queste richieste quasi subito si sono moltiplicate, soprattutto da parte di quei paesi in cui la fede, anche se per differenti cause, è in crisi o duramente provata. Quindi, quasi naturalmente, si sono affiancati a questi catechisti le prime Famiglie in missione, al fine di iniziare una sorta di reimplantatio Ecclesiae in quei posti ormai scristianizzati o sulla via della scristianizzazione. Si ha quindi un primo invio, esattamente il 28 dicembre 198615, di Famiglie in missione da parte del Romano Pontefice per la rievangelizzazione del Nord Europa su richiesta dei vescovi di Hannover, Stoccolma, Copenaghen e di altre diocesi.

Successivamente, soprattutto con l'invio di famiglie nelle zone più povere dell'America del Sud, sorse sempre di più il problema di un sacerdote che seguisse le nuove comunità cristiane che molte volte andavano costituendosi intorno a nuove parrocchie prive di tutto. All'inizio si cercò di provvedere attraverso la collaborazione con vari seminari diocesani, soprattutto il seminario romano e il Capranica, dove già da alcuni anni andavano coloro che attraverso il Cammino avevano scoperto la loro vocazione sacerdotale. Ma pian piano si fece sempre più chiara l'idea di costituire un seminario diocesano missionario: seminari che, nello spirito dei fondatori del Cammino, "non sono seminari del Cammino Neocatecumenale, ma sono veri seminari diocesani missionari: cioè sono i vescovi che comandano e hanno la responsabilità su questi sacerdoti. La specificità di questi seminari è che i presbiteri possono essere inviati dal vescovo in tutto il mondo, venendo così incontro alla scarsità di clero di molte diocesi"16 .

L'idea in quel momento non venne accolta in modo entusiastico dalla Congregazione per l'educazione cattolica. La maggiore difficoltà proveniva dal fatto della non opportunità di affidare un seminario diocesano a un movimento ecclesiale. Per lo stesso Kiko il motivo di questa presa di posizione risiede sulla equivocità del termine "movimento". Infatti "noi (...) non sentiamo di essere un movimento, ma una iniziazione cristiana post-battesimale che si apre nella parrocchia e finisce in essa facendo cristiani adulti"17 . In ogni modo le difficoltà all'epoca si risolsero in quanto lo stesso Pontefice non si oppose al sorgere di questo tipo di seminari. Anzi, il primo è sorto proprio nella diocesi di Roma nel 1988.



Aspetti canonistici sulla normativa propria di questi seminari

Al fine di rendere quanto più chiaro lo svolgimento di questo punto centrale del presente studio, esso sarà diviso in due parti: indicazioni e norme attualmente vigenti circa i seminari in genere; statuto giuridico proprio dei seminari "Redemptoris Mater".

Indicazioni e norme attualmente vigenti circa i seminari in genere

Si intende solo richiamare qui i principali interventi del magistero18, in ordine cronologico, che al presente disciplinano i seminari e l'impostazione formativa di fondo dei futuri sacerdoti per la Chiesa universale: Optatam totius [= OT]; CIC cann. 232-264; Congregatio Pro Instituzione Catholica, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis Tria iam lustra, editio apparata post Codicem iuris canonici promulgatum, 19 marzo 1985 [= Ratio]19; oltre a quest'ultima, in ogni singola nazione dovrà esserci, in base al can. 242 § 1, una Ratio di formazione sacerdotale emanata dalla Conferenza episcopale20; Ioannes Paulus II, Adhortatio apostolica postsynodalis Pastores dabo vobis de Sacerdotum formatione in aetatis nostrae rerum condicione, 25 marzo 1992.

Dai succitati documenti emerge una chiara descrizione di ciò che devono essere i seminari: "Si identificano pertanto in relazione alla loro funzione - la formazione del clero - e possono quindi avere strutture interne e regole organizzative anche molto varie, purché sia fatta salva la loro finalità e la loro dipendenza dalla autorità ecclesiastica"21.

Detta autorità è prima di tutto quella del vescovo diocesano, nel caso del seminario diocesano; dei vescovi interessati e della Conferenza episcopale nel caso dei seminari interdiocesani o nazionali. A riguardo sembra utile notare che mentre nel passato il seminario diocesano costituiva il prototipo, oggi, causa la diminuzione delle vocazioni, questo sembra essere costituito dal seminario interdiocesano22.

Vista la dimensione missionaria di questi seminari, ci sembra utile richiamare anche qui i documenti principali che costituiscono punto di riferimento certo in materia. Essi sono: Pius XII, Litterae Encyclicae Fidei donum de catholicorum missionum condicionibus praesertim in Africa, 21 aprile 1957; Lumen gentium, nn. 23.28; Christus Dominus, nn. 6.28; Ad Gentes, nn. 5.20.38-39; Presbyterorum ordinis [= PO] nn. 5.7; 10; Paulus VI, Motu Proprio Ecclesiae Sanctae, 6 agosto 1966; Sacra Congregatio pro Gentium Evangelizatione seu de Propaganda Fide, Instructio Quo aptius de ordinanda cooperatione missionali Episcoporum quoad Pontificalia Opera Missionalia necnon circa incepta particularia dioecesium pro Missionibus, 24 febbraio 1969; Sacra Congregatio pro Clericis, Notae directivae Postquam Apostoli de mutua ecclesiarum particularium cooperatione promovenda ac praesertim de aptiore cleri distributione, 25 marzo 1980 [= Postquam Apostoli]; CIC cann. 271; 273-275 § 1; 369; 384; 835 § 2.

L’enciclica di Pio XII Fidei donum ha senza dubbio costituito l'inizio di un nuovo modo di intendere la dimensione missionaria della Chiesa e di conseguenza il non facile problema della distribuzione del clero. In particolare con essa abbiamo il superamento della dimensione territoriale del servizio sacerdotale, propria dell'ecclesiologia del tempo e recepita nel Codice del 191723; la promozione, da parte della Santa Sede, della collaborazione tra le diverse Chiese particolari; il riconoscimento dell'utilità del servizio ad tempus dei sacerdoti, invece fino ad allora osteggiato, in favore delle missioni o tra i non credenti24.

Ancora più importante, a nostro avviso, risulta essere però il nuovo modo con cui Pio XII concepisce la cosiddetta plantatio Ecclesiae. Questa non è vista più come la conclusione dell'impegno missionario, visto essenzialmente come instaurazione delle strutture organizzative principali, in modo particolare gerarchia e clero, ma come opera di evangelizzazione per creare solide comunità cristiane25. Per questa opera tutti i vescovi devono sentirsi interpellati in prima persona.

Tutti i documenti succitati riprendono e ampliano quanto affermato da Pio XII. Ciò che il Papa aveva detto in particolare per le missioni che sono in Africa è ritenuto valido per tutte quelle Chiese particolari che vivono situazioni di reale fragilità. Ciò è recepito nel vigente Codice che chiaramente sottolinea il carattere universale del ministero presbiterale26.

Statuto giuridico proprio dei seminari "Redemptoris Mater"

Il 14 febbraio 1988, il cardinale Ugo Poletti firmava il decreto di erezione del "Collegio diocesano di formazione al presbiterato per la nuova evangelizzazione" sotto il patrocinio della beata Vergine "Redemptoris Mater"27. L'avvenimento venne positivamente registrato dalle stesse pagine del quotidiano vaticano28.

La decisione, come è espressamente detto nella prima parte del decreto, da parte della Chiesa che è in Roma di dare vita a questo particolare tipo di seminario, è scaturita come risposta concreta all'appello del Romano Pontefice, rivolto alle conferenze episcopali nazionali d'Europa, per una nuova evangelizzazione dei paesi europei di antica cristianità e dall'offerta di disponibilità per la creazione di un centro di formazione al presbiterato con questa finalità da parte del Cammino Neocatecumenale.

Infine, nel medesimo decreto, viene stabilito che il seminario sarà retto a norma di uno Statuto e di una Regola di vita validi ad experimentum per tre anni29. In seguito, in data l° ottobre 1990, quindi prima della scadenza naturale del periodo di prova, il cardinale Poletti, con un secondo decreto, confermava in via definitiva lo Statuto e la Regola di vita del collegio "Redemptoris Mater" di Roma30.

Dalla breve storia tracciata riguardo alla nascita di questi seminari, emerge chiaramente che la causa prossima è individuabile nella difficoltà di provvedere adeguatamente con la presenza del sacerdote all'opera di evangelizzazione portata avanti dai Catechisti e dalle Famiglie del Cammino. Ma la riflessione sulla problematica ha avuto come conseguenza quella di andare al di là del problema immediato, ponendosi in sintonia con i bisogni della Chiesa e delle direttive del magistero pontificio e conciliare.

In questo ampliamento di prospettiva, che ha portato ad affrontare il problema scottante della distribuzione del clero nel mondo, sono stati colti come testi-guida per la Costituzione di questo nuovo tipo di seminario: PO 10; OT 20; Postquam Apostoli; vari interventi di Giovanni Paolo II, tra i quali: Discorso ai Vescovi rappresentanti delle Conferenze Episcopali d'Europa, 11 ottobre 198531; Lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali d'Europa, 2 gennaio 198632. In questi autorevoli interventi si toccano i problemi che nascono per l'annuncio della Buona Novella per la scarsità di clero e il richiamo a una maggiore sensibilità a quelle Chiese locali che invece non hanno tali questioni da risolvere. In ogni modo in nessuno di questi testi, per la verità, si delinea la figura di uno specifico seminario diocesano a carattere missionario. Infatti, i testi conciliari e le norme direttive Postquam Apostoli evidenziano l'opportunità di distribuire in modo migliore il clero o della creazione di seminari internazionali, quindi con sacerdoti provenienti da diverse diocesi, e dell'importanza della dimensione missionaria per la formazione dei futuri sacerdoti. I discorsi del Papa richiamano solo la necessità di una nuova evangelizzazione, ma non fanno nessun riferimento specifico riguardo ai mezzi con i quali realizzarla. Quindi l'idea di un seminario diocesano dove si preparano i futuri sacerdoti per la missione, che tuttavia rimangono incardinati nella diocesi a quo, risulta essere una vera e propria novità.

Si cercherà ora di vedere più da vicino le caratteristiche qualificanti dal punto di vista canonico33 che emergono direttamente dallo Statuto e dalla Regola di vita, ma anche da altri documenti del magistero o dei dicasteri romani. Prenderemo in esame esclusivamente lo Statuto e la Regola di vita del collegio diocesano "Redemptoris Mater" di Roma per il semplice motivo che tutti i successivi seminari eretti li hanno praticamente, tranne che per necessari adattamenti, assunti in toto.



Statuto

Si deve dire subito che in senso proprio e generale per statuto34 il Codice vigente, al can. 94 § 1, intende quegli "ordinamenti che vengono composti a norma del diritto negli insiemi sia di persone sia di cose, e per mezzo dei quali sono definiti il fine dei medesimi, la loro costituzione, il governo e i modi di agire".

Per quanto riguarda i seminari, il Codice prevede l'esistenza di uno statuto sia per i seminari diocesani (can. 239 § 3) sia per quelli interdiocesani (can. 237 § 2).

Generalmente è prassi che solo per i seminari interdiocesani si abbia uno statuto che, oltre a disciplinare i rapporti interni al seminario, stabilisca i doveri-diritti delle diocesi che hanno dato vita allo stesso. Per questo motivo esso deve essere approvato da tutti i vescovi interessati (can. 237 § 2). Quindi la funzione specifica di uno statuto del seminario è quella di adattare la normativa universale alle concrete esigenze. Nello statuto del Seminario "Redemptoris Mater" emerge inoltre, a nostro avviso, la volontà dell'ordinario del luogo e dei responsabili del Cammino Neocatecumenale di stabilire chiaramente i termini di un rapporto di collaborazione tra entità distinte. Anche questa è una novità. Nella plurisecolare storia dei seminari, molti vescovi hanno affidato la formazione dei futuri sacerdoti a ordini religiosi, come domenicani e gesuiti, che componevano la comunità educativa e accademica. Ma questi erano deputati a formare giovani che venivano dalla diocesi e tornavano nella diocesi. Nel caso del seminario "Redemptoris Mater" i giovani provengono dalle Comunità Neocatecumenali, sono formati al sacerdozio nello spirito del Cammino e andranno un domani a servire Chiese locali dove ci sono soprattutto Comunità Neocatecumenali, pur rimanendo incardinati alla diocesi di provenienza.

Alla luce del decreto di erezione e del n. 1 dello Statuto, notiamo subito che il collegio si denomina come un vero e proprio seminario diocesano, e quindi è sotto la diretta giurisdizione dell'ordinario del luogo35. Suo scopo principale è quello di "formare giovani e adulti al Presbiterato per la nuova evangelizzazione dell'Europa"36, ma anche degli altri continenti dove si rendesse necessario, però sempre come presbitero diocesano, secondo quanto disposto dalle norme direttive Postquam Apostoli37. In questa missione evangelizzatrice i presbiteri saranno aiutati dalle famiglie del Cammino Neocatecumenale38. In tutto ciò rimane chiaro che giuridicamente, a livello di diritto universale, il collegio è disciplinato dalle norme sui seminari diocesani. Interessante che nello statuto, a proposito dello scopo, si specifica il modo in cui si attuerà questa evangelizzazione: con la collaborazione delle Famiglie in missione.

Lo Statuto ricorda i documenti principali del Magistero sulla formazione dei futuri sacerdoti in base ai quali è strutturata la preparazione dei seminaristi (n. 4); essi sono: OT; la Ratio; il documento normativo Formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana [= FPC] della Conferenza Episcopale Italiana39. "Per quanto non previsto nel presente Statuto si fa espresso rinvio alle norme canoniche - in particolare, ai canoni 232-264 - e civili in materia di Enti ecclesiastici"40.

"Il "Collegio diocesano Redemptoris Mater" è una comunità educativa, cioè insieme di persone non collegiale (can. 115 § 2)"41 e, a tenore del can. 116 § 1, a carattere pubblico. Francamente sia dal punto di vista di tecnica giuridica, cioè di collocazione a questo punto dello statuto, sia per il contenuto stesso, detta affermazione risulta pleonastica. Infatti, a norma del can. 238 § 1, ogni seminario legittimamente eretto gode di personalità giuridica ex ipso iuris praescripto, non richiedendosi nessun ulteriore provvedimento da parte dell'autorità competente ecclesiastica. Normalmente tale personalità giuridica viene esercitata tramite il rappresentante, che nella fattispecie è sempre il rettore42.

Sempre nel medesimo n. 2 viene evidenziato il fine specifico di questo seminario: "Formare giovani e adulti al Presbiterato per la nuova evangelizzazione dell'Europa". Subito dopo viene detto, come abbiamo già sopra notato, che in tale opera di evangelizzazione i presbiteri saranno coadiuvati dalle famiglie del Cammino Neocatecumenale. Quest'ultimo aspetto ci sembra non riguardare la vita del seminario in quanto tale, ma piuttosto gli sviluppi prossimi dell'apostolato dei futuri sacerdoti.

Oltre ai consueti riferimenti al modo di intendere gli studi filosofici-teologici e alla gestione amministrativa-economica, emergono gli elementi specificanti di questo tipo di seminario rispetto agli altri. Si elencano di seguito, con qualche annotazione, per poi dare una valutazione d'insieme.

"L'iter di formazione include la partecipazione diretta e personale al Cammino Neocatecumenale"43. Una tale clausola viene giustificata in quanto l'opera di ri-evangelizzazione, scopo precipuo del seminario, sarà portata avanti secondo l'iter del Cammino. Ora una tale disposizione si pone in contrapposizione con quanto stabilito precedentemente nello stesso statuto al n. 344, che elenca le condizioni di ammissione al seminario, sia, ancora di più, con le norme della Conferenza Episcopale Italiana45, alle quali, come abbiamo sopra segnalato, lo statuto dice di rifarsi. Di fatto in questa ottica il seminario è solo nominalmente diocesano!

Tra gli organi del Collegio sono elencati il rettore, il consiglio pastorale e il consiglio di amministrazione46. Immediatamente dopo viene stabilito che il Cardinale Vicario nomina il rettore, il padre spirituale e il vicerettore "scelti tra le persone che abbiano esperienza personale del Cammino Neocatecumenale"47, nonché i membri del consiglio pastorale e del consiglio di amministrazione.

Anomalo risulta questo modo di procedere: si proclama prima la giurisdizione diretta del vescovo e poi lo stesso si vincola nella scelta di coloro che sono di fatto chiamati a gestire come suoi rappresentanti il seminario48. Il can. 259 § 1 demanda al vescovo diocesano tutte le decisioni riguardanti la direzione e amministrazione del seminario, quindi anche la nomina dei superiori e dello staff formativo49. I criteri da adottare, che la Ratio indica riguardo alla loro scelta, sono molto chiari e le qualità che si richiedono per tali persone sono alquanto esigenti e difficilmente, crediamo, reperibili in un gruppo ristretto di persone50.

E ora l'aspetto più problematico a livello canonico di questo tipo di seminario: il consiglio pastorale. In termini statutari esso "coadiuva il Rettore nell'orientamento del Collegio e nella formazione spirituale e pedagogica dei candidati [...]; fanno parte del Consiglio Pastorale i tre iniziatori del Cammino Neocatecumenale o i loro successori pro tempore, secondo l'ordinamento del Cammino stesso"51, Prima di tutto non è chiaro se oltre al rettore, che lo presiede52, e agli "iniziatori del Cammino e i loro successori", altri facciano parte di questo consiglio. Inoltre, nello stesso articolo si fa menzione di un "ordinamento del Cammino stesso", che a tutt'oggi non esiste53.

Notiamo subito che la normativa vigente non contempla nessuna figura simile. I cann. 239 §§ 1-2 e 260, attribuiscono la direzione del seminario al rettore, anche se il can. 239 § 3 apre la possibilità a una condivisione con gli altri superiori di questo oneroso incarico. La Ratio elenca, oltre al rettore, tra coloro che condividono la direzione del seminario, il vicerettore, il direttore o direttori spirituali, il prefetto degli studi, il responsabile delle esercitazioni pastorali, il prefetto di disciplina, l'economo, il bibliotecario. Con questi, e non con altri, si prevede la possibilità di un incontro mensile per affrontare i vari problemi del seminario54. Tutto questo è ulteriormente specificato dalle norme della Conferenza Episcopale Italiana55.



Regola di vita

Il can. 243 stabilisce che ogni seminario abbia un proprio regolamento approvato dal vescovo, dove "si adattino le norme della Ratio di formazione sacerdotale alle situazioni particolari" e "si determinino in modo più preciso soprattutto le questioni disciplinari che riguardano la vita quotidiana degli alunni e il buon ordine di tutto il seminario".

La Ratio, a cui si fa riferimento nel citato canone, è quella che deve essere emanata da ogni conferenza episcopale per la propria nazione (can. 242), che a sua volta determina quanto disposto a riguardo a livello di Chiesa universale, in modo particolare quanto disposto nella Ratio. Di fatto, sia la Ratio ai nn. 25-26 che la FPC al n. 96 prescrivono la presenza di un regolamento che precisi gli aspetti disciplinari riguardanti la vita quotidiana dei seminaristi come pure l'ordinamento generale di tutto il seminario. Detto regolamento è concepito come strumento indispensabile affinché si possa portare avanti una vita comunitaria ordinata allo sviluppo e all'affermazione della personalità degli alunni. Quindi non un mezzo coercitivo subito passivamente, ma uno strumento che deve essere usato da formatori e formandi al fine di acquistare una sempre maggiore maturità nel guidarsi da soli56.

La Regola di vita del seminario "Redemptoris Mater" è divisa in cinque parti. Nella prima, Formazione in vista della missione, vengono richiamate le caratteristiche generali di questo seminario, cioè che si tratta di un seminario diocesano che prepara i futuri sacerdoti a servire la Chiesa fuori dalla propria diocesi57, sviluppando quello spirito missionario presente "massimamente in quei giovani e in adulti provenienti da comunità di credenti che attraverso un itinerario neocatecumenale hanno riscoperto la ricchezza del loro battesimo"58. Inoltre, si stabilisce che i seminaristi sono "coadiuvati come testimonianza e sprone, da concreti nuclei di famiglie"59. Cioè viene sottolineato come in questa opera di ri-evangelizzazione portata avanti dal Cammino, il futuro presbitero non sarà un "isolato", ma di una piccola comunità che in quanto tale porterà avanti la missione60. Alcune di queste famiglie sono incaricate direttamente dell'andamento del seminario, mentre le altre formano quelle Comunità dove i seminaristi sono inviati per continuare le varie tappe del Cammino61.

Nella seconda parte, Vita nella fede, al n. 7 si dice che "il "Collegio Redemptoris Mater" deve quindi preparare una nuova figura di Presbitero diocesano". L’affermazione, per fugare ogni tipo di equivoco, crediamo che debba essere letta alla luce di quanto affermato da Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis, dove con forza viene ribadito che da un lato c’è una fisionomia essenziale del sacerdote che non muta e dall'altro l'esigenza che il ministero sacerdotale si adatti a ogni epoca e a ogni ambiente di vita (n. 5).

Dopo aver richiamato che Colui che dà senso all'essere in seminario è solo Cristo, si danno disposizioni più specifiche riguardo alla vita spirituale del seminario, stabilendo tempi e modi delle celebrazioni, della meditazione, dell'accostarsi al sacramento della penitenza62 e delle altre pratiche di pietà63. Di indubbia utilità risulta l'impegno di portare avanti, nei periodi di vacanza scolastica, "un'esperienza di itineranza evangelizzante"64.

Al n. 10 si stabilisce che "ogni candidato è aiutato dai superiori e dalla comunità formativa ad essere l'uomo della Parola di Dio". Che cosa bisogna intendere per comunità formativa e chi ne faccia parte non è detto.

Nella terza parte, Impegno nello studio, oltre ai richiami generali alla serietà con cui devono essere condotti gli studi65, si stabilisce di tenere presente nella formazione intellettuale "le caratteristiche dei Paesi dove potranno essere inviati" i futuri sacerdoti66. Ovviamente questo a livello generale, in quanto non è stabilito negli anni di formazione se e dove andrà un seminarista.

Qualche problema solleva quanto detto nella quarta parte, Formazione ai Ministeri e all'azione pastorale, soprattutto il n. 21 dove prima si afferma che la formazione del futuro sacerdote "non dovrà essere avulsa dai cammini e dalle esperienze delle comunità cristiane, alle quali sono destinati" e successivamente si stabilisce che "l'iter di formazione includerà la partecipazione diretta e personale al Cammino Neocatecumenale". Quali sono queste Comunità? Quelle Neocatecumenali o le varie Comunità che compongono le Chiese particolari? Dal contesto e dalla prassi sembra che siano soprattutto le Comunità Neocatecumenali. Come abbiamo già notato ciò contraddice espressamente quanto contemplato in FPC 85, che giustamente, come abbiamo visto, sottolinea la figura del sacerdote come "l'uomo di tutta la comunità".

La quinta e ultima parte, Il servizio dei responsabili, prende in esame i vari ruoli che i forinatori sono chiamati a svolgere nel seminario. Primo fra tutti si parla, ovviamente, del rettore, "con il quale collabora il Consiglio Pastorale, che ha i compiti di cui al n. 12 dello Statuto"67. A riguardo rinnoviamo le nostre riserve sopra riportate. Inoltre si parla del padre spirituale, del vicerettore e dell'economo elencando i rispettivi compiti.

Per quanto riguarda la Regola di vita si poteva sicuramente essere meno generali, determinando in modo più puntuale alcuni aspetti, soprattutto riguardo al ruolo di ciascun membro dello staff formativo.



Valutazioni conclusive

Da quanto fin qui detto, senza dubbio a grandi linee e senza pretesa di aver esaurito l'argomento, che del resto fino a oggi non è stato trattato da nessuno, si può schematicamente concludere con alcune valutazioni.

Si può dare un giudizio nell’insieme positivo di questo tipo di seminario che raccoglie e valorizza gli entusiasmi di tanti giovani e adulti che dall'incontro con Cristo hanno accolto la sua chiamata a mettersi a disposizione come ministri del Vangelo a tempo pieno.

Si possono esprimere alcune forti riserve sul modo con cui si è arrivati alla Costituzione di questi seminari e al modo di condurli. Infatti a nessuno sfugge che, pur facendo riferimento ai numerosi interventi del magistero sull'universalità del ministero sacerdotale e di una migliore distribuzione del clero, il reale motivo che ha portato all'erezione di questi seminari è stata la necessità di fornire di presbiteri le varie Comunità Neocatecumenali. Nell'impossibilità al presente che il Cammino potesse incardinare dei sacerdoti si è ricorsi a quei vescovi che benevolmente si sono resi disponibili ad accettarli in un seminario diocesano loro affidato. Questo, come abbiamo visto, in contraddizione con quanto affermato dal can. 242 § 2 e dalla FPC 85, e soprattutto con la Ratio, n. 1: "Il diritto e il dovere di redigere il Piano di formazione sacerdotale e di approvare particolari esperienze nella propria nazione o regione, nel caso si ravvisi l'opportunità, spetta non ai singoli vescovi, ma alle conferenze episcopali". Nulla di tutto questo è avvenuto per esempio in Italia.

Inoltre, non poche perplessità suscita la figura del Consiglio Pastorale all'interno dello stesso seminario, visto il ruolo, riconosciuto a livello di diritto universale, del vescovo e del rettore.

Quindi, concludendo, sembra che ancora una volta non si sia pienamente valorizzata la dimensione giuridica nella Chiesa. Se si accetta la validità di una nuova istituzione, non si può pensare di regolarla con norme che non la prevedevano. Il risultato sarà sempre qualcosa di ibrido e soprattutto alimenterà una concezione del diritto come incapace di rispondere alle novità dello Spirito con conseguente svilimento dell'autorità. Se ci sono delle norme, che sono state date per il bene della comunità, queste vanno osservate e non opportunisticamente "glissate". Eventualmente andranno cambiate o ne andranno create delle nuove, conformemente alle nuove necessità. Il nostro augurio è che in un non lontano futuro il Cammino Neocatecumenale abbia uno suo statuto che preveda, tra l'altro, l'incardinazione dei propri sacerdoti. Sappiamo che ciò non è previsto attualmente dal Codice di diritto canonico, ma è stato recepito nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (cf cann. 357 § 1; 579), cosa che ci fa ben sperare per il futuro.



BRUNO ESPOSITO

Largo Angelicum, 1

00184 Roma





Appendice I

UGO

del Titolo dei Santi Ambrogio e Carlo

della Santa Romana Chiesa CARDINALE POLETTI

Vicario Generale di Sua Santità

Giudice Ordinario della Romana Curia e suo Distretto ecc.



DECRETO



Visto il decreto n. 218 del 14.2.1988, col quale ho eretto il Collegio diocesano "Redemptoris Mater";

considerato che lo Statuto e la Regola di vita, allegati a detto Decreto, sono stati sufficientemente sperimentati e che, in base ad essi, al "Redemptoris Mater" è stata conferita anche la personalità giuridica civile con Decreto del Presidente della Repubblica in data 13.3.1990; col presente Decreto confermo, in via definitiva, lo Statuto e la Regola di vita, allegati al citato mio Decreto n. 218 del 14.2.1988.

Roma, 1° ottobre 1990

Prot. n. 913/90

f.to Ugo Card. Poletti

Vic. Gen.

f.to Sac. Filippo Tucci

Canc.







Appendice II



STATUTO

DEL "COLLEGIO DIOCESANO

REDEMPTORIS MATER"

DI FORMAZIONE AL PRESBITERATO

PER LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE



1. Il "Collegio diocesano Redemptoris Mater" di formazione al Presbiterato per la nuova evangelizzazione dei paesi dell'Europa è costituito dall'Em.mo Cardinale Vicario Ugo Poletti per la Diocesi di Roma, ottemperando al desiderio del Santo Padre Giovanni Paolo II, espresso nel Discorso ai Vescovi rappresentanti delle Conferenze Episcopali d'Europa, l'11 ottobre 19851, e ha sede in Roma, via Tenuta della Maglianella n. 88.

In caso di necessità delle Chiese particolari in altri continenti, i Presbiteri del Collegio potranno essere colà inviati a giudizio del Card. Vicario.

2. Il "Collegio diocesano Redemptoris Mater" è una comunità educativa, cioè insieme di persone non collegiale (can. 115, par. 2). Ha lo scopo di formare giovani e adulti al Presbiterato per la nuova evangelizzazione dell'Europa.

1 Discorso del S. Padre al Simposio dei Vescovi dell’Europa, n. 13, 11 ottobre 1985.













NOTE

1 Cf Pontificia Opera per le Vocazioni, Nuove vocazioni per una nuova Europa (In verbo tuo...), Documento finale del Congresso sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa, Roma 5-10 maggio 1997, a cura delle Congregazioni: per l’Educazione Cattolica, per le Chiese Orientali, per gli Istituti di Vita Consacrata e per le Società di Vita Apostolica, in Supplemento a "L’Osservatore Romano", 28 gennaio 1998, p.11, n.10.

2 Per una sintesi storica cf F. Marchisano, L'evoluzione storica della formazione del clero, in "Seminarium" N.S. 13 (1973) 299-322.



3 Un esaustivo elenco dei documenti postconciliari emanati dalla Santa Sede sulla formazione dei futuri presbiteri è contenuto in D. Cito, Annotazioni canonistiche in tema di Seminari maggiori, in "Ius Ecclesiae" 7 (1995) 258, nota 6.



4 Cf Ioannes Paulus II, adhortatio apostolica postsynodalis Pastores dabo vobis de Sacerdotum formatione in aetatis nostrae rerum condicione, 25 marzo 1992, n. 5 (EV 13, n. 1179).



5 Andando indietro negli anni possiamo individuare un qualcosa di simile nell'Obra di Cooperación Sacerdotal Hispano-Americana (OCSHA), nata nel 1949 con la finalità di favorire l'invio di sacerdoti spagnoli nei paesi ispano-americani, ma anche di preparare seminaristi spagnoli che si sentivano chiamati a questa missione. Per mia storia completa di questo organismo si rinvia a A. Garrigos Meseguer, Evangelizadores de America. Historia de la OCSHA, Madrid 1992. Simile iniziativa, in Italia, promossa dalla Santa Sede e sorta a Verona, grazie alla disponibilità del suo vescovo, monsignor Giuseppe Carraro, per iniziativa della commissione Episcopale ltaliana per l'America latina, sorse nel 1962, anno in cui fu istituto il "Seminario di Nostra Signora di Guadalupe", ufficialmente inaugurato il giorno 8 novembre 1964. Finalità: aiutare le chiese dell'America latina attraverso la preparazione di sacerdoti, provenienti (la diverse diocesi italiane, disposti a vivere l'esperienza della missione come aiuto alle chiese sorelle (cf Paolo VI, Per la solenne inaugurazione in Verona del Seminario italiano "pro America Latina", Radiomessaggio, in "L'Osservatore Romano", 9-10 novembre 1964, p. 1). Tale istituzione rappresentava una concreta risposta della chiesa che è in Italia all'appello rivolto dal Papa Pio XII con l'enciclica Fidei donum, del 21 aprile 1957 (cf AAS 49 [1957] 225-248). Caratteristica comune di queste iniziative fu quella della interdiocesaneità a livello nazionale. I seminaristi venivano inviati dal proprio vescovo in questo seminario per la formazione, rimanendo sempre legati, e successivamente incardinati, alla propria diocesi di provenienza.



6 A tutto il 1997, i collegi diocesani "Redemptoris Mater" canonicamente eretti in varie diocesi del mondo erano 25. Si dà di seguito l'elenco trasmesso gentilmente da don Ezechiele Pasotti, Prefetto degli Studi del "Redemptoris Mater" di Roma, riportando tra parentesi l'anno di erezione Roma - Italia (1988); Callao - Perù (1989); Medellin - Colombia (1990); Varsavia - Polonia (1990); Newark - USA (1990); Takamatsu - Giappone (1990); Brasilia - Brasile (1990); Bangalore - India (1991); S. Domingo - Repubblica Dominicana (1991); Madrid - Spagna (1991); Pola - Croazia (1991); Macerata - Italia (1992); Berlino - Germania (1993); Lugano - Svizzera (1993); Perth - Australia (1994); Guadalajara - Messico (1994); Strasburgo - Francia (1994); Kaohsiung - Taiwan (1995); San Salvador - El Salvador (1995); Vienna - Austria (1995); Denver USA (1996); Haarlem - Olanda (1996); Manila - Filippine (1996); Douala - Camerun (1997); Managua - Nicaragua (1997). A questi vanno aggiunti un'altra decina di seminari che hanno iniziato la loro attivita in diverse diocesi del mondo in questi ultimi anni e che per diversi motivi, ancora non sono stati canonicamente eretti. Nell'anno 1997-1998 il numero complessivo dei seminaristi è stato di 1173 e in questi anni sono stati ordinati 334 sacerdoti. Nel "Redemptoris Mater" di Roma sono stati ordinati 145 sacerdoti, dei quali 70 sono attualmente in missione, gli altri svolgono il loro ministero nella diocesi di Roma o in qualche dicastero della curia Romana.



7 Per questo primo punto faremo essenzialmente riferimento a K. Argüello - C. Hernandez, Il Cammino Neocatecumenale: breve sintesi, in Aa.Vv., Il Cammino Neocatecumenale secondo Paolo VI e Giovanni Paolo II, a cura di E. Pasotti, Cinisello Balsamo 1993, pp. 117-125. Per un approfondimento si rinvia a K. Argüello, Le comunità neocatecumenali, in "Rivista di vita spirituale" 29 (1975) 191-200; Id., Il Neocatecumenato. Un'esperienza di evangelizzazione in atto. Sintesi delle sue linee di fondo, ibid. 31 (1977) 84-102; G. Zevini, Il cammino neocatecumenale. Itinerario di maturazione nella fede, in Aa.Vv., Movimenti ecclesiali contemporanei. Dimensioni storiche teologiche-spiriluali ed apostoliche, a cura di A. Favale, Roma 1982, pp. 231-267; R. Blasquez, Le comunità neocatecumenali. Discernimento teologico, Cinisello Balsamo 1987; B. Secondin, I nuovi protagonisti. Movimenti, associazioni, gruppi nella Chiesa, Cinisello Balsamo 1991, pp. 86-89.



8 K. Argüello - C. Hernandez, Il Cammino ..., cit., p.118.



9 Cf Un Cammino per riscoprire il Battesimo, intervista a Kiko in "30 Giorni", 11 novembre 1997. p. 40.



10 "Essa ci appare il luogo adeguato per far apparire la Chiesa locale come "Sacramento di salvezza", senza creare una Chiesa parallela, senza distruggere nulla, assumendo poco a poco la realtà della Chiesa di oggi e il tempo di transizione che vive" (K. Argüello - C. Hernandez, Il Cammino ..., cit., p.121).



11 Ibid., p. 122.



12 Ibid., p. 123.



13 L. cit.

14 Gli iniziatori del Cammino hanno sempre rifiutato la denominazione di "movimento". Bene sintetizzava questa convinzione mons. Giulio Salimei, per molti anni vescovo ausiliare di Roma e primo rettore del seminario "Redemptoris Mater" della medesima diocesi: "la differenza di un catecumenato dai modelli associativi etc., è radicale: questi sono modi particolari di fare pastorale, quello è un "momento" di una "fase iniziale" che, di per sé, sarebbe a monte di qualsiasi espressione pastorale, in quanto iniziazione a vivere nella Chiesa la fede battesimale" (G. Salimei, Dossier sul "Redemptoris Mater". Premessa, pro manuscripto, Roma 1996, p. 2). E ancora: "Il Cammino Neocatecumenale non è un movimento o un'associazione, ma uno strumento nelle parrocchie al servizio dei vescovi per riportare alla fede tanta gente che l’ha abbandonata" (I Movimenti e le Nuove Comunità presenti all'incontro con il Papa: Cammino Neocatecumenale, in L'incontro del Santo Padre con i Movimenti Ecclesiali e le Nuove Comunità, Supplemento a "L’Osservatore Romano", venerdì 29 maggio 1998, p. 9).



15 A questo primo invio ne hanno fatto seguito molti altri, in tutti i continenti e in modo particolare nel Sud America e anche nell'America del Nord. A oggi le famiglie in missione nelle diverse parti del mondo sono più di quattrocento. Per famiglia in missione si intende una famiglia che nel suo insieme decide di partire per una determinata terra, su richiesta del vescovo, rendendosi disponibile all'evangelizzazione prima di tutto attraverso la testimonianza cristiana nella vita familiare. Per fare questo gli interessati, liberamente, decidono di lasciare tutto, casa, lavoro, sicurezze, affetti, per mettersi a disposizione dell'annuncio di salvezza di cui hanno in prima persona sperimentato l'enorme novità. È indubbiamente scioccante incontrare, come è successo al sottoscritto durante un soggiorno in Olanda dove teneva il corso di diritto canonico presso il Seminario "Redemptoris Mater" di Niewe Niedorp, un medico che pulisce i vetri o un professore universitario, con undici figli, che si è messo a commerciare in vini, oppure un ex dirigente della Banca d'Italia che fa l'economo per il seminario!



16 Un Cammino per riscoprire il Battesimo, cit., p. 42.



17 L. cit.



18 Per gli altri cf. D. Cito, Annotazioni canonistiche..., cit.



19 EV S1, nn. 918-1072.



20 Questa Ratio, in forza del can. 242 § 2, dovrà essere osservata in tutti i seminari della nazione, sia diocesani sia interdiocesani.



21 A.M. Punzi Nicolo, Seminari: I) Diritto Canonico, in Enciclopedia giuridica, XXVIII, Roma 1992, p.1.



22 Cf ibid., p. 3.



23 Cf cann. 111-117 sull’ascrizione dei chierici a una diocesi e inoltre i canoni che limitavano territorialmente l'esercizio del ministero sacerdotale. A riguardo si veda J. Garcia Martin, La Enciclica Fidei donum" de Pio XII y la dimensión universal del servicio del presbitero secular, in "Commentarium pro religiosis et missionariis" 79 (1998) 37-42.



24 Cf ibid., p. 36.



25 K. Cf R. Rweyemanu, Il XXV anniversario dell'Enciclica "Fidei donum". Il contesto storico della Chiesa in Africa, in "Euntes docete" 35 (1982) 453.



26 "La nueva legislación contiene disposiciones adecundas para permitir el servicio ministerial de los presbiteros seculares en favor de todas las Iglesias tanto per lo que se refiere al traslado de diócesis como al ejercicio del ministerio. En definitiva, son normas que dan a los presbíteros seculares la posibilidad de cumplir su vocatión misionera temporal y resolver el problema de la distribución del clero" (J. Garcia Martin, La Enciclica..., cit., p.71). Si veda inoltre J. Saraiva Martins, La formazione missionaria dei sacerdoti alla luce della "Pastore dabo vobis", in "Seminarium" N.S. 32 (1992) 575-599.



27 Cf Decreto di erezione del Collegio Diocesano di formazione al presbiterato per la nuova evangelizzazione "Redemptoris Mater", in Rivista diocesana di Roma" 29 (1988) 909.



28 L'apertura del nuovo Collegio è un fatto di grande rilevanza per diversi aspetti: prima di tutto esso indica un rifiorire inaspettato di vocazioni all'interno della Chiesa Cattolica. Inoltre segna la rinascita di un istituto, quello dei seminari diocesani per la formazione di presbiteri missionari, che fino agli anni '50 era abbastanza comune a molte diocesi" (G. Gennarini, Nuovi missionari si preparano ad annunciare il Vangelo al mondo, in L'Osservatore Romano", 28 aprile 1988, p. 6).



29 Contrariamente a quanto stabilito nel decreto, sia lo Statuto che la Regola di vita non risultano pubblicati nel Bollettino diocesano. Per questo motivo, essendo difficile reperirli e allo stesso tempo risultando utili averli presenti per il nostro studio, come già detto, sono pubblicati nelle appendici II e III.



30 Anche questo documento, mai pubblicato, è riportato per esteso nell'appendice I.



31 Cf AAS 78 (1986) 178-189. In questo discorso il Sommo Pontefice, a conclusione del VI Simposio del Consiglio delle conferenze Episcopali d'Europa sul tema "Secolarizzazione ed evangelizzazione oggi in Europa", ribadiva l'importanza di rilanciare l'affiato missionario nelle comunità cristiane e dell'importanza per l'evangelizzazione del ruolo dei laici: "Senza l'opera e la testimonianza del laicato il vangelo non potrebbe permeare l'intera vita umana ed essere portato a tutta intera la vita della società. Alcune iniziative come le Scuole di Teologia per laici e il crescente numero di laici impegnati nella catechesi lasciano sperare che - al pari della primissima evangelizzazione - anche la nuova età di evangelizzazione potrà contare su laici autenticamente missionari" (ibid., p. 188).



32 Cf AAS 78 (1986) 454-457. Nella lettera è contenuto un pressante invito del Papa a tutte le conferenze episcopali d'Europa a collaborare e a rendersi disponibili "a meglio coordinare, indagini, progetti, iniziative concrete, in vista di un'azione evangelizzatrice più armonica ed incisiva" (ibid., p. 457) del vecchio continente.



33 Per altri aspetti rimandiamo a R. Blazquez, Il "Cammino Neocatecumenale" e la formazione al presbiterato nel Seminario "Redemptoris Mater" di Roma, in "Communio" n. 112 (1990) 82-101.



34 Per uno studio analitico sugli statuti e i regolamenti si veda P.G. Marguzzi, Statuti e Regolamenti, in "Apollinaris 60 (1987) 527-543.



35 Cf Statuto, n. 10.



36 Statuto, n. 2.



37 Cf Statuto, n. 3. Nel medesimo numero vengono specificati i requisiti che debbono possedere i candidati. Nella prassi, specialmente nei primi anni, l'assegnazione a uno dei vari collegi "Redemptoris Mater" dei giovani o adulti che avevano espresso il desiderio di consacrare la loro vita, veniva fatta per sorteggio all'inizio di ogni anno sociale.



38 L. cit.



39 Conferenza Episcopale Italiana, Documento normativo La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana - Orientamenti e norme, 15 maggio 1980 (ECEI 3, nn. 199-413). Successivamente all’entrata in vigore del CIC, la CEI ha emanato la seguente delibera: ""Ratio" per la formazione sacerdotale - In osservanza del can. 242, § 1 del codice di Diritto canonico e salvo quanto disposto dal can. 1032, § 1, per l'Italia abbia vigore il documento per la formazione dei candidati al sacerdozio nei seminari maggiori: La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana (CEI, 15 maggio 1980) con il complementare documento: Regolamento degli studi teologici dei seminari maggiori d'Italia (CEI, 10 giugno 1984)" (Conferenza Episcopale Italiana, Delibera n. 33, 18 aprile 1985, in "Notiziario della conferenza Episcopale Italiana" (1985) 47). Sarebbe stato meglio citare nello Statuto questa ultima edizione, completata dal Regolamento del 1984.



40 Statuto, n. 17.



41 Statuto, n. 2. Sulla questione se il seminario sia da considerarsi tra le universitates personarum o tra le universitates rerum si veda D. Cito, Annotazioni canonistiche..., cit., pp. 267-268.



42 Cf can. 238 § 2; Statuto, n. 11.



43 Statuto, n. 6.



44 A riguardo di questo articolo e confrontandolo con il can. 241 § 1, sarebbe stato più opportuno dire "il vescovo ammette al Collegio" e non "il Collegio accoglie".



45 "Si comprende allora come non risulti accettabile un cammino di formazione che si compisse all’interno di comunità o di gruppi particolari o che mantenesse la persona collegata ai metodi e alla guida spirituale del gruppo o del movimento di provenienza. È necessario educare i futuri preti a saper vivere anche senza il sostegno di un gruppo, ad amare coloro che Dio affida, privilegiando i legami oggettivi su quelli suggeriti da affinità soggettive di qualsiasi genere, e a diventare animatori delle diverse esperienze cristiane (di spiritualità, di impegno apostolico, ecc.), senza identificarsi con nessuna di esse. Il presbitero è l'uomo di tutta la comunità e il seminario deve essere accolto e valorizzato nella sua vera funzione, cioè quella di formare in quell'unica prospettiva ecclesiale" (FPC 85).



46 Statuto, n.9.



47 Statuto, n. 10.



48 Cf FPC 102.



49 "il Seminario si configura come uno strumento promosso dal vescovo, primo responsabile dell'iniziazione dei chiamati al presbiterato, in comunione e in collaborazione con i presbiteri e i fedeli" (FPC 85).



50 "i superiori devono essere scelti con la massima cura, dovendosi trattare di uomini animati di spirito sacerdotale e apostolico, capaci di prestare mutua e fraterna collaborazione nel comune impegno d'educazione, alacri e aperti nel percepire le necessità della comunità ecclesiale e civile, dotati di esperienza pastorale nel ministero parrocchiale o in altri ministeri, ed eccellenti conoscitori dell'animo giovanile. Essendo la missione dei superiori del Seminario l'arte delle arti, che non permette un modo di agire improvvisato e casuale, essi, oltre alle doti naturali e soprannaturali, devono necessariamente possedere, secondo il compito di ciascuno, la debita preparazione spirituale, pedagogica e tecnica, da compiersi soprattutto negli istituti specializzati, eretti o da erigersi a tal fine nel proprio o in altri paesi" (Ratio 30).



51 Statuto, n. 12.



52 Cf Statuto, n. 11.



53 Cf discorso di Giovanni Paolo Il durante l'udienza concessa agli aderenti al Cammino Neocatecumenale: Chiamati ad uno speciale impegno missionario in un mondo profondamente secolarizzato, in "L'Osservatore Romano", 25 gennaio 1997, p. 4. La richiesta di uno Statuto ha incontrato non poche difficoltà da parte di molti all'interno del Cammino Neocatecumenale che lo hanno inteso come un voler coartare lo Spirito. Alla base di questa paura c'è l'eterno equivoco di voler opporre carisma e istituzione, Spirito e diritto, dimenticando che l'autorità nella chiesa ha ricevuto il compito di discernere i carismi senza soffocare lo Spirito (cf LG 12) e che la chiesa è per sua natura societas (cf LG 8), con tutto quello che essa implica. In altre parole: alla base del carisma e dell'istituzione c'è l'unico Spirito Santo, ragion per cui è impensabile ogni contrapposizione. Sulla problematica concernente gli statuti dei movimenti ecclesiali in genere si può vedere l’interessante studio di B. Zadra, I Movimenti ecclesiali e i loro Statuti, Roma 1997.



54 "Il rettore, che ha nel governo del Seminario la responsabilità più importante e più pressante, deve essere il coordinatore dei superiori e, salvo sempre scrupolosamente il foro interno, con fraterna carità deve stringere con loro una intima collaborazione, perché la formazione degli alunni venga promossa con impegno solidale. A tal fine può essere molto utile la vita comune dei superiori. Spesso, p.e. una volta al mese, si riuniscano per coordinare la loro comune attività, esaminare i problemi del Seminario e cercare opportune soluzioni (Ratio 29).



55 Cf FPC 102-103.



56 Cf Ratio 29.



57 Regola di vita, n.4.



58 Ibid., n. 5. Su questo aspetto si veda la chiara analisi di G. Ghirlanda, Questioni irrisolte sulle Associazioni di Fedeli, in "Ephemerides Iuris canonici" 49 (1993) 91-96.



59 Regola di vita, n.6.



60 Cf ibid., n. 7.



61 Questo articolo non sembra realizzare quanto disposto dalla CEI: "Per garantire questo spirito comunitario e la serenità nell'educare è opportuno evitare di inserire nella convivenza del seminario persone non coinvolte nella missione di formare i futuri presbiteri. Infatti, pur non volendo mortificare l'atteggiamento di cristiana ospitalità che deve caratterizzare ogni comunità di credenti, appare utile assicurare al seminario le migliori condizioni per il rapporto formativo" (FPC 101).



62 A riguardo vengono citati i nn. 35-36 dell'istruzione della congregazione per l'educazione cattolica, In ecclesiasticam futurorum, del 3 giugno 1979, sulla formazione liturgica nei seminari (EV 6, nn. 1550-1704).



63 Riguardo alla celebrazione quotidiana dell'eucaristia, prevista al n. 8, notiamo, per esperienza diretta, che per il fatto che la celebrazione festiva domenicale si svolge la sera del sabato, con le varie Comunità nelle quali sono inseriti i singoli seminaristi che continuano così le varie tappe del Cammino, normalmente non viene celebrata l'eucaristia il sabato mattina. A nostro avviso sarebbe bene che in un seminario si avesse maggiore attenzione per questo aspetto così fondamentale della formazione, ribadito dal can. 246 § 1. Ulteriore aspetto che meriterebbe maggiore attenzione è che il giorno do domenica, essendo i seminaristi liberi fino alla sera, non perda il suo significato di giorno del Signore, dedicato all'ascolto della Parola, alla preghiera e alle opere di carità.



64 Regola di vita, n. 14.



65 In proposito segnaliamo che, in alcuni dei seminari "Redemptoris Mater" attualmente funzionanti, gli studi filosofici-teologici sono svolti all'interno da professori provenienti (la tutte le parti del mondo, ma in prevalenza dalle università ecclesiastiche romane quali l'Angelicum, l'Antonianum, la Gregoriana. Il motivo risiede nella difficoltà di trovare in quei luoghi buone facoltà filosofiche o teologiche. Questa esperienza ha portato alcuni a parlare di "università itinerante", ma, nonostante i passi fatti, al momento non si è arrivati a nessun tipo di riconoscimento ufficiale (la parte della congregazione per l’educazione cattolica. In ogni caso crediamo che l'idea sia interessante, vista anche la pacifica accettazione oggi della cosiddetta "università a distanza", anche se necessita di alcune chiarificazioni e puntualizzazioni.



66 Cf Regola di vita, n. 17.



67 Ibid., n. 22.

giovedì 9 dicembre 2010

ll gergo neocatecumenale



Dal sito Internetica

La teoria della relatività linguistica considera il linguaggio non come un mero strumento ma come una struttura capace di forgiare la nostra visione del mondo. Il significato di una cosa non le è intrinseco come spesso riteniamo, ma le è conferito a partire da un atto arbitrario dell'uomo che associa un significante a un significato, in tal senso il significato e quindi la cornice entro la quale vengono percepiti gli eventi è creazione dell'attività simbolica umana.
In effetti potremmo dire che "Il nostro è un mondo i cui confini sono dati dal nostro linguaggio. Non solo parliamo la nostra lingua, pensiamo in essa come un pesce vive nell'acqua. In genere vediamo il mondo come il nostro linguaggio ce lo fa vedere" (Garret Hardin, The Threat of Clarity, Etc., XVII, 3, 1960, p. 269).
Nei culti totalitari, l'ideologia è interiorizzata come "la verità", l'unica e autentica "mappa" della realtà. La dottrina serve non solo a filtrare le informazioni in entrata, ma indica anche il modo in cui elaborarle. Generalmente si tratta di dottrine assolutistiche, che dividono ogni cosa in "bianco o nero", "noi o loro". Tutto ciò che è buono si incarna nel leader e nel suo gruppo. Tutto ciò che è cattivo è nel mondo esterno. La dottrina sostiene di poter esaudire tutte le domande, di rispondere a tutti i problemi e a tutte le situazioni. Un affiliato non ha bisogno di pensare con la sua testa, dal momento che chi lo guida, cui deve obbedienza acritica, pensa per lui.
Un contesto totalitario ha un suo "proprio" linguaggio, che contempla parole ed espressioni tipiche. Poiché il linguaggio fornisce i simboli che usiamo per pensare, controllare determinate parole significa anche controllare i pensieri. Molti gruppi infatti condensano situazioni complesse, danno loro un'etichetta e le trasformano in cliché di gruppo. Questa etichetta, che altro non è che l'espressione verbale del gergo interno, governa il modo di pensare di ogni singolo individuo, quale che sia il contesto in cui si trova.
Il linguaggio perciò come costitutivo del sociale. Una comunità si sviluppa e si delimita anche tramite la creazione di un gergo a essa peculiare: "La socialità si sviluppa nella dimensione linguistica, ogni pratica sociale acquista senso nel "linguaggio" che accomuna e caratterizza l'aggregato sociale in cui essa accade" (Giorgio De Michelis, "Osservazione del sociale e autoreferenza", in Attraverso Bateson, Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, p.
Il nuovo sé, la personalità del culto, viene a situarsi nella profonda esperienza interattiva di comunicazione e relazione all'interno del gruppo. Il gergo del gruppo serve anche a dissociare la nuova personalità del culto da quella vecchia e ad allontanare l'adepto dagli "esterni" incapaci di comprendere il suo strano linguaggio.
Per questo la nuova personalità non è astraibile e non esiste al di fuori della relazione, al di fuori del contesto in cui si situa, al di fuori della comunità linguistica a cui appartiene, potremmo dire che è una qualità emergente. Al contempo però, anche i contesti relazionali non potrebbero avere luogo senza gli individui che li pongono in essere e che contribuiscono a mantenerli in costante co-creazione.
Un elemento fondamentale della metodologia di indottrinamento e di spersonalizzazione di chi aderisce al cammino neocatecumenale è costituito dall’uso di un gergo iniziatico e convenzionale significativo di una mancanza fondamentale di chiarezza.
Per differenziarsi dal Cattolicesimo tradizionale (in modo assai ostentato in ogni circostanza possibile) il Neocatecumenato ha coniato come parola chiave quella di “Cammino”, che viene usata per descrivere gli insegnamenti e la filosofia dell’iniziatore.
I neologismi ed il gergo dei neo catecumenali, secondo la tecnica del lavaggio del cervello, portano i membri ad accettare idee nuove senza alcuna garanzia di attendibilità! Il linguaggio particolare crea un senso di dipendenza e di obbedienza cieca, nonché di fortunata appartenenza esclusiva ad un gruppo elitario!
Si potrebbero fare poi decine e decine di esempi sulle forme, i contenuti, i significati di questo linguaggio, ma ci fermiamo a quelli più eclatanti:

·         I neocatecumenali si chiamano tra loro “fratelli” e “sorelle”. È una peculiarità dei cristiani, questa; ma loro non intendono fratelli e sorelle in Cristo, ma fratelli e sorelle di comunità.
·         Le varie categorie direttive includono “i responsabili”, i”catechisti”, gli “itineranti”, "i didàscali" (maestri dei bambini); "ostiari" (quelli che preparano la sala per le celebrazioni)
·         Il termine “sacerdote” è stato abbandonato del tutto in favore di quello di “presbitero”;
·         La santa Messa è stata relegata a livello espressivo a semplice “celebrazione”; con questo stesso termine si indica anche la celebrazione infrasettimanale della Parola;
·         Negli insegnamenti neocatecumenali abbondano termini tecnici, come “Kerygma”;” Koinonia”; ”Kenosis” e termini filosofici come “ontologico”; ” esistenziale”; ”escatologico” , senza che venga data alcuna spiegazione di essi;
·         I concetti chiave sono quelli di “croce gloriosa” e “servo di Jahvè”, quest’ultimo, come molti termini del Neocatecumenato, viene dall’Antico Testamento;
·         "idoli" che vanno "odiati": la famiglia, il lavoro, i figli, gli averi. Kiko fa dire ai suoi catechisti che "la famiglia è un mito terribile quando diventa religione. La Cristianità la deve distruggere!". Bisogna, quindi, mettere al primo posto la "Comunità"! Se la moglie è innamorata di suo marito o il marito della moglie, dicono che si sono fatti un idolo!... bisogna odiarlo! Quante separazioni, se l'uno o l'altro non entra in comunità
·         "segreto": non si possono fare domande su ciò che seguirà, non si possono rivelare particolari del "cammino" ad esterni e neanche ai membri di livello inferiore, non deve trapelare nulla di quanto accade all’interno! I Capi, con lo sguardo spiritato, dicono solo che nei prossimi 
·         "passaggi" (esami periodici) si accederà ad una vicinanza sempre maggiore alle meraviglie di Dio; l’importante è fidarsi del "cammino" (di loro!) e ringraziare di non essere "cristiani della domenica"! 
·         "fico secco", è il termine usato nei confronti delle persone che non "danno frutti", ossia non rispondono alle aspettative direttive dei catechisti e per questo si sentono e sono maledetti come è avvenuto al fico che non ha dato frutti fuori stagione di evangelica memoria. Solo che nel vangelo chi chiede i frutti anche fuori stagione è il Signore della Vita... (Marco 11,13-14).
·         "sperimentare": avere una esperienza concreta di qualcosa nel contesto di una situazione vissuta
·         "persecuzioni": le critiche che provano la loro "santità" e la giustezza della loro esperienza.!
·         "Tu non puoi giudicare" (lo hanno anche gridato in faccia a Vescovi che si sono permessi di obiettare qualcosa) perché:
·         "... poi capirai; nessuno può capirlo, se non lo vive". E con questo alibi impediscono a chiunque è fuori dalla loro organizzazione dal formulare anche la più piccola obiezione
·         La parola chiave “catechesi” viene usata per i contesti più diversi. Persino le parole del serpente di Eva vengono descritte come “catechesi” (ovviamente in senso negativo, cosi come viene ritenuta aberrante “la catechesi del mondo”;
·         "vediamo, a te che ti ha detto la Parola?", domanda da fare ai bambini che ascoltano le catechesi
·         «Figlie di Gerusalemme» le donne nubili del cammino
·         «con i bambini ho fatto un Midràsh» (per spiegare il concetto ai bambini ho usato un raccontino interattivo,
·         «noi facciamo la Parola» (ho un incontro a base di letture dalla Bibbia)
·         los kikos, così vengono chiamati in Spagna
·         Il saluto comunemente scambiato: Pace o ‘la Pace’ non indica “la Pace sia con te o con voi”. Il segno della Pace scambiato durante la celebrazione liturgica indica il perdono nell'ambito della comunità...
·         Kiko ha dato ordine, a Pasqua, di scambiarsi il saluto: “Cristo è risorto”, cui si risponde “è veramente risorto” (tratto peraltro dalla liturgia pasquale). Se incontrando un neocatecumenale che dice “Cristo è risorto”, gli rispondi “Alleluia” o “lode a Dio” o qualunque altra espressione che ti viene dal cuore, resta interdetto e fa la faccia disgustata, perché non è come ha detto Kiko…
·         Nel linguaggio comune sono ricorrenti anche espressioni del tipo “mettiti nella tua realtà”; ”mettiti nella verità”, “sali sulla croce”, ”sali a Gerusalemme”, espressioni che accreditano un idioma nuovo e altisonante, poco o punto comprensibile nel suo giusto significato a seconda delle circostanze che ne determinano l’uso (e l’abuso).
·         il così detto "giro di esperienze", vera e propria forma di controllo esercitata durante le "convivenze" (ritiri spirituali di uno o più giorni, nel quale i partecipanti "con-vivono"), la cui pressione psicologica è superata solo dagli "scrutini" (terribili esami in cui i capi laici inquisiscono l’anima dei poveri "fratelli", in quanto hanno l’autorità di stabilirne il grado di crescita nella Fede)
·         artifizi psicologici, come la "oscurità totale" (il cosiddetto "lucernario") unita a lunghi silenzi, che ottengono un impatto travolgente sulle menti stressate
·         "alzarsi" viene utilizzato per dire che un individuo o una famiglia sentono il desiderio di offrire la propria vita per il Vangelo e quindi, in occasione di opportuni incontri fatti con gli iniziatori del cammino, con i propri catechisti o in comunità, a seguito di un appello generale si alzano rendendosi visibili ai fratelli mostrando apertamente la propria disponibilità in risposta alla chiamata di Dio.
·         "storia che Dio fa con te" ciò che accade nella relazione tra l'uomo e Dio
·         "Recidere i rami secchi" ( tagliare i ponti col passato, con gli amici ritenuti sanguisughe o approfittatori, con i famigliari, ma sostanzialmente con persone che non comprendono)
·         il termine “Faraoni”, come quello "Giuda", indica tutte le persone che criticano il Cammino
·         "anatema" maledizione contro chi si allontana e quindi tradisce la comunità
·         "lontani": coloro che sono considerati apostati, pagani, idolatri
·         le "Tende" ("Come sono belle le tue tende...") da linguaggio biblico, le comunità...
Con l’uso di questo gergo il Neocatecumenato rivendica anche il diritto all’interpretazione delle Sacre Scritture, al controllo della parrocchia e di ogni aspetto della vita dei “fratelli” e delle”sorelle”.

Monsignor J.Buckley, vicario generale della diocesi cattolica romana di Clifton a Bristol cita l’analisi che un eminente psichiatra cattolico ha svolto sulle presumibili “tecniche di lavaggio del cervello” usate dal Neocatecumenato. Una di queste consiste nell’uso di un gergo o di “neologismi che disorientano il non iniziato e lo portano ad accettare idee nuove e senza garanzie di attendibilità (Da un articolo del mensile cattolico “Priest and People”, giugno 1988).
Bruno Secondin, carmelitano, professore di spiritualità all’Università Gregoriana di Roma, definisce questo tipo di linguaggio come “codici elaborati”, che evocano cioè nei membri un’intera gamma di sentimenti, che costruiscono l”universo” del movimento.
Questi linguaggi particolari creano delle parole su cui fare leva per suscitare secondo le circostanze, senso di colpa o di appartenenza o cieca obbedienza.
È possibile anche che la nuova terminologia sia stata creata per dare un senso di novità al messaggio, evitando così di usare le pie espressioni del passato; ma, per ironia della sorte, in chi è estraneo al movimento o in chi sta iniziando il processo di “iniziazione” suscita al contrario confusioni ed equivoci, che precludono completamente ogni dialogo significativo con i cattolici non aderenti al Neocatecumenato, o comunque con chi non lo conosce e che, comunque, sono funzionali all’indebolimento della volontà delle persone che ne sono destinatarie.
Francesco

mercoledì 8 dicembre 2010

A proposito della croce rovesciata





Sembra una forzatura considerare un "segno di Pietro" la croce rovesciata (v. foto sopra) disegnata da Kiko nella sedia occupata dal Papa durante la celebrazione (viaggio in Terra Santa 2000), nella casa del Monte delle Beatitudini, come quella davanti all'ambone da cui si proclamava la Parola di Dio. La tradizione della crocifissione di S. Pietro col capo all'ingiù è dovuta a S. Girolamo, ed è anche accettabile, perché quel modo di crocefiggere era già in uso al tempo di Nerone, come conferma Seneca ed anche Origene. Non è quindi esclusivo di S. Pietro.

La croce rovesciata non è stata mai usata per indicare S. Pietro. Non c'è in tutta l'iconografia riguardante Pietro e il suo magistero, il segno della croce rovesciata. Secondo noi cade la simbologia data dai neocatecumenali alla croce disegnata da Kiko e che essi accettano acriticamente bollando quanti non la ritengono un simbolo cristiano.

Vogliamo ricordare che, se il tipo di crocifissione dell'Apostolo Pietro ha avuto numerose rappresentazioni nell'arte medioevale, nella rappresentazione di Pietro, in tutto il medio evo e successivamente, le caratteristiche iconografiche sono soltanto due:

* il gallo, che ricorda la triplice negazione dell'Apostolo
* e le chiavi, simbolo del potere a lui conferito dal Divino Maestro.

Da sottolineare che Kiko usa il simbolo della croce rovesciata, non solo nello schienale della poltrona del Papa per indicare - dicono i neocatecumenali - che egli è il successore di Pietro, ma anche nelle sue catechesi quando parla della Parrocchia, dove la rappresenta con un circolo con la croce rovesciata (cfr. "Orientamenti alle equipe dei catechisti per la fase di conversione", pag. 29), e a pag. 85, dove egli parla dei tre tipi di persone che formano la Chiesa (secondo lui). Anche in quelle pagine, dove non c'è un minimo accenno a S. Pietro, la croce è disegnata "rovesciata"! Non crediamo che il fatto non sia motivato!

Se da un lato potrebbe essere tollerata, spiegata (ma non giustificata) la croce rovesciata posta sullo scranno destinato al Papa, non è assolutamente giustificabile l'uso di tale simbolo, evidentemente non riferito al martirio dell'Apostolo - oltre che nelle catechesi su ricordate - su molti degli arredi liturgici neocatecumenali disegnati da Kiko e diffusissimi almeno fino a qualche tempo fa in parecchie comunità. Ci riferiamo, ad esempio, al panno usato quale coprileggìo o addirittura alle stole usate dai presbiteri durante le penitenziali o altre celebrazioni.

Per ogni artista ogni figura ha un significato, che i seguaci di Kiko interpretano nel modo appena ricordato per le catechesi. Sarebbe opportuno che lo stesso Kiko, essendo ancora in vita, dicesse qual era il suo, quando ha disegnato quella croce capovolta. Fino a quando non ci sarà una sua risposta tutti sono autorizzati a dare la loro: tanto più che quel simbolo - la croce rovesciata - era ed è usato da altri movimenti non certamente favorevoli alla fede cristiana e con ben altre finalità; proprio per questo sarebbe bene che lo stesso non venisse utilizzato da un movimento che si dice "ecclesiale".

Comunque è opportuno aggiunger qualche riflessione. Ebbene, se vi è una costante nel Cammino neocatecumenale, questa è il rovesciamento simbolico e dottrinale.

Nella teorizzazione e prassi del Cammino nulla viene mantenuto nella configurazione originaria: le Scritture vengono reinterpretate, i templi riprogettati, i luoghi e spazi liturgici cambiati (tabernacolo, altare, presbiterio, fonte battesimale, ecc.) le musiche e l'estetica, fino ad intaccare il simbolo cardine del cattolicesimo: la croce.

Ora, sebbene i capi neocatecumenali si siano preparati a rispondere alle eventuali obiezioni con la giustificazione del richiamo al sacrificio di Pietro, in realtà- come ricordato - i simboli dell'apostolo sono il gallo e le chiavi, non la croce rovesciata.

Considerato che l'inversione simbolica è tipica di tutte le sette esoteriche e sataniche, i capi del Cammino non potevano ignorare che la croce rovesciata è comunemente inserita nel pentacolo satanico.

Si è mai visto un solo parroco o un ministro di Dio che abbia introdotto nella propria parrocchia la croce rovesciata? Sicuramente no, ben sapendosi che si tratta di simbolo blasfemo associato tra l'altro all'Anticristo.

E poiché per ogni "artista" - tale infatti si ritiene l'Argüello - nessun simbolo è utilizzato a caso, occorre trovare altre spiegazioni a quelle addotte dai capi del Cammino.

A nostro parere quel rovesciamento simbolico condensa altri significati, e precisamente:

*

negare la supremazia di Cristo sulla morte vincolandolo alla sua condizione umana e non divina
*

condensare in un segno chiave tutta la filosofia rivolgimentale del Cammino, che è quella di capovolgere la dottrina e la missione della Chiesa
*

dare uno schiaffo alla Chiesa ed al suo Pastore, sottomettendolo a tale simbolo nel cuore della neocatecumenalità quale è la Domus Galileae
*

lanciare a tutti gli adepti il messaggio identitario sovversivo del Cammino stesso, condensato proprio nella croce rovesciata.

Ora, ciò che stupisce maggiormente non è quanto messo in atto dai capi del Cammino, comprensibile nella logica eretica del movimento, ma che il Papa e le gerarchie vaticane si siano prestate a tale gioco.

È mai possibile che, a partire da Giovanni Paolo II, nessuno si sia accorto di tale ambiguità? È mai possibile che i consiglieri, i teologi, gli esegeti del Vaticano non abbiano segnalato al Santo Padre una cosa così anomala?

Era così difficile imporre ai neocatecumenali di eliminare immediatamente quel simbolo da quel luogo e da qualsiasi altra collocazione, magari con una nota scritta?

Anche questo contribuisce a confondere e sgomentare i credenti...

Una nostra lettrice siciliana ci ha inviato questa foto (potete cliccare per ingrandirla), che pubblichiamo come ulteriore documentazione dell'uso di questo simbolo che, dai riferimenti ai contenuti negli insegnamenti kikiani, è legittimo considerare ambiguo

Strana raffigurazione NC di S.Pietro

Per completezza vogliamo indicare i tre autentici simboli del papato:

*

Il primo simbolo che caratterizza la figura di Pietro e dei suoi successori è la ‘Cattedra’, segno della potestà di insegnare, confermare, guidare e governare il popolo cristiano, la ‘cattedra’ è inserita nel grande capolavoro della “Gloria” del Bernini, che sovrasta l’altare maggiore in fondo alla Basilica Vaticana, a sua volta sovrastata dall’allegoria della colomba, raffigurante lo Spirito Santo che l’assiste e lo guida.
*

Il secondo simbolo, il più diffuso, è lo stemma pontificio, comprendente una tiara, copricapo esclusivo del papa con le chiavi incrociate. La tiara porta tre corone sovrapposte, quale simbolo dell’immensa potestà del pontefice (nel pontificale romano del 1596, la tiara o triregno, stava ad indicare il papa come padre dei principi e dei re, rettore del mondo cattolico e Vicario di Cristo). Questo simbolo perpetuato e arricchito nei secoli da artisti insigni, nelle loro opere di pittura, scultura, araldica, raffiguranti i vari papi, oggi non è più usato e nelle cerimonie d’incoronazione è stato sostituito dalla mitria vescovile. Questo ad indicare che il papa più che essere al disopra di tutti regnanti, è invece vescovo tra i vescovi e che il suo primato è tale perché vescovo di Roma, a cui la tradizione apostolica millenaria aveva affidato tale compito.
*

Le chiavi simboleggiano la potestà di aprire e chiudere il regno dei cieli, come detto da Gesù a Pietro.

Sarebbe interessante a questo punto chiedersi se il simbolo con cui Kiko Arguello rappresenta la parrocchia, ovvero un cerchio con una croce rovesciata, o la singola croce rovesciata che egli ha disegnato nella sedia di Giovanni Paolo II sul Monte delle Beatitudini nel 2000, verrà bandito insieme alle altre 'peculiarità' introdotte nella celebrazione eucaristica indicate nella Lettera del Pontificio Consiglio per il Culto Divino.

Simbolo iniziale della croce del cammino, era l'ancora, prefigurante, potremmo dire, dire un albero con le radici che partono da terra (no hay vida cristiana sin comunidad), la "comunità di chi viene dall'inferno pieno di ferite e di disprezzo", esclusivamente tramite la quale per Kiko si arriva al cielo ed alla vita eterna.

La croce che simboleggia la parrocchia e quella posta sul seggio del servo di Dio Giovanni Paolo II sono invece rovesciate: mentre il cammino prenderebbe dalla terra e porterebbe al cielo la gerarchia ecclesiastica prenderebbe dal cielo e porterebbe alla terra, esalterebbe la carne a detrimento dello spirito.

Con la croce rovesciata viene verosimilmente indicata la “grande prostituta che siede sui sette colli”, la città grande che regna su tutti i re della terra vedi Ap. 17, 1-18 ed Ap. 18, 1-8, in assoluto contrasto con la “Galilea delle genti” del CNC e probabilmente con la città santa, Gerusalemme, di Ap. 21, 10-27, che sarebbe prefigurata dal testo di Isaia 9, 1-3(4) cui si riferisce Matteo 4, 12-16 che i NC citano sempre a proposito della Domus... Un altro testo che citano spesso è Matteo 23...

Naturalmente tutte queste interpretazioni sono fondamentaliste ed errate, tuttavia darebbero ragione della Domus e della basilare importanza della “Galilea delle genti” neocatecumenale.

Dato che un simbolo fa sempre riferimento ad un sostrato culturale condiviso, è molto difficile da sostenere che la croce rovesciata di Kiko sia un simbolo medievale dell'apostolo Pietro, dato che Kiko rifiuta questo periodo della storia della Chiesa e dato che oggi questo significato è irrimediabilmente perduto anche perché attualmente il simbolo possiede un significato denotativo fortemente negativo che anche gli atei conoscono: chi lo avesse nel proprio stemma (che non fosse satanista) si affretterebbe a toglierlo.

È noto infatti che la croce al contrario, soprattutto all'interno di un cerchio, come viene usata nelle catechesi, non è mai stato simbolo cristiano. È contraddittorio quindi, oltre che di cattivo gusto che venga utilizzata da un movimento che si definisce ''ecclesiale''.

Il simbolo kikiano ha un suo sostrato condiviso, ma è solo per una sua ristrettissima cerchia. I comuni mortali ne sono esclusi, come in ogni setta che si rispetti. È ben noto, infatti il "segreto" che ricopre insegnamenti e simboli per "quelli di fuori".

Torniamo al contesto in cui questo inquietante simbolo ha attirato la nostra attenzione: il 'megaraduno' neocatecumenale del 2000 alla Domus Galileae, in occasione del viaggio in Terra Santa di Giovanni Paolo II. Ebbene, una foto dell'evento (qui a lato) dimostra come l'enorme immagine di Cristo, il cui volto dipinto è quello di Kiko, [dettaglio che è possibile verificare in altra pagina] faceva 'sparire' la figura del Papa, seduto sulla famosa 'cattedra' con la croce rovesciata che vi era collocata sotto. Vi presentiamo l'immagine del Papa da altra angolazione, dalla quale il simbolo della 'cattedra' è maggiormente visibile.

Il luogo dell'evento è la cosiddetta 'tenda del convegno', uno dei tanti scenografici e rutilanti ambienti della Domus Galileae, la faraonica costruzione, che abbiamo già qualificato come sedicente 'presenza cattolica' in Israele, perché purtroppo come tale viene presentata. Essa ha già di per sé, ma le viene anche data, una grande visibilità, per effetto degli eventi che il Cammino neocatecumenale vi organizza ed anche per i significati simbolici che le attribuisce. Il che non può non essere considerato e vissuto con preoccupazione e anche con rammarico per la realtà 'ecclesiale' che veicola, da chi, nella Chiesa di Cristo, è impegnato nell'autentico e 'difficile' dialogo con i nostri fratelli ebrei.

Il cammino neocatecumenale del resto non ha nel suo nome alcun riferimento a San Pietro apostolo, è stato fondato dopo il concilio Vaticano II e come si sa aborre le tradizioni cattoliche da Costantino al Vaticano II: dunque l'aver risuscitato il simbolo della croce rovesciata ai giorni nostri attribuendolo a Giovanni Paolo II dal punto di vista storico è ancora più inquietante.


Per correttezza e amore di verità pubblichiamo, insieme alla nostra risposta, questa mail fattaci pervenire da un lettore:

Salve...
Mi chiamo Dan e ho appena letto l'articolo "A proposito della croce rovesciata". Nell'articolo si legge:

[...]

Leggendo mi è suonato strano siccome da pochi giorni sono stato a Roma e nella visita al Carcere Mamertino, che come ben saprete è stato il luogo dove sono stati incarcerati Pietro e Paolo, mi è rimasto impresso un particolare curioso guardando l'altare. Infatti sull'Altare vi è una Croce rovesciata. Per convalidare le mie parole allego la foto ed un link della foto ad alta risoluzione tratto da wikipedia. Da wikipedia perchè penso sia imparziale e poi comunque la foto parla da sola.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia
/commons/a/af/
AltarinMamertinePrison.jpg

Detto questo desidero rivolgervi questa domanda:

Come spiegate ciò? che in una chiesa romana (e non una chiesa qualsiasi...) ci sia questo simbolo? secondo voi è una manipolazione fotografica? o Kiko è andato a girare la Croce? oppure non so, qualche neocatecumenale è andato al posto di Kiko? [...]

Secondo me il fatto che in uno dei luoghi di Roma privilegiati dalla storia degli Apostoli in cui Santa Romana Chiesa (e non Kiko Arguello) ha costruito quella cappella (nel IV secolo dopo Cristo, diciamo che forse Kiko non era neanche nei pensieri del Padre Eterno) ci sia quel simbolo lì non è casuale. Forse la croce rovesciata subito non ci ricorderà s.Pietro, ma arrivare a dire: [...]

Spero di ricevere presto una vostra risposta a questo mio quesito in cui possiate darmi una risposta più che chiara. Perchè le questioni sono due: o voi avete toppato e quindi penso che per amore della verità dovreste scrivere qualcosa a proposito (scusandovi magari con i neocatecumenali bollati come acritici) oppure avete ragione e quindi la mia era solo una curiosità (nonostante la croce rovesciata resti lì dov'è, costituendo quindi un precedente che giustificherebbe l'opera realizzata da Kiko Arguello). [...]

Rispondiamo:

Il problema sta nei significati storicamente sovrapposti. In ogni caso il Carcere Mamertino o Tullianum risale al IV secolo e sicuramente non può essere paragonato ai luoghi sacri ai pellegrini di ogni tempo, nei quali è attestata storicamente la presenza dell'Apostolo: Vaticano, S. Sebastiano...

In ogni caso nel IV secolo ci si riferiva all'Apostolo Pietro (e non al papato), ed i satanisti come oggi li conosciamo non esistevano ancora. Per giustificare la scelta di Kiko occorrerebbe trovare invece croci rovesciate riferite al papato nell'ultimo secolo, dove invece disegnare croci rovesciate sui muri non è affatto indice di pietà cattolica (provare per credere).

La lettura dei simboli grafici non è affatto soggettiva in senso assoluto, ma ha ovvie implicazioni socioculturali. Lo dimostra la svastica, che disegnata sul muro di una sinagoga un secolo fa avrebbe fatto un certo effetto, oggi ne farebbe un'altro del tutto differente, e ciò indipendentemente dalle disposizioni del soggetto disegnante. Se poi il Papa stesso avesse oggi al petto una croce celtica, lascio immaginare cosa accadrebbe! Il cristiano deve invece essere prudente al massimo, affinché l'unica vera Religione non abbia detrimento da un inutile scandalo. Siccome i simboli grafici cristiani non sono segreti ma pubblici, occorre tener conto del loro impatto nella società attuale. Un cristiano non si può permettere di essere ambiguo.

Si può definire il simbolo come entità o immagine che rinvia ad un'altra o che suscita la memoria di una determinata esperienza sensoria o intellettiva. Nella storia il significato di molti simboli ha conosciuto una variazione soprattutto a motivo di sovrapposizione dei significati. Se agli esordi del cristianesimo una croce rovesciata poteva richiamare solamente il supplizio inflitto all'apostolo Pietro, oggi sono emersi altri significati, ben più conosciuti dalla gran massa delle persone e che quindi non si possono trascurare, provenienti da ambienti esoterico-satanisti, per cui l'uso di un simbolo come questo OGGI anche tra gli stessi cristiani è divenuto ambiguo e quindi da evitarsi. Sarebbe comunque assurdo demolire le croci rovesciate del IV secolo: è sufficiente una guida o un cartello che spieghi agli attoniti visitatori che non lo conoscessero il significato di quel simbolo al tempo in cui fu elaborato.

Da ricordare che la sovrapposizione di significati su simboli ebraico-cristiani è specialità tutta massonica (vedi I.N.R.I., che per i framassoni significa tra l'altro Igne Natura Renovatur Integra).

Un'ultimo appunto: Kiko, come noi tutti che non viviamo nel IV secolo ma nel "terzo millennio", conosceva sicuramente l'ambiguità del simbolo che ha usato. Aveva molte alternative per esprimere artisticamente il ruolo del successore di S. Pietro: perché ha scelto l'unica espressione fortemente ambigua?

Resta comunque strano che in un periodo della storia qual è l'attuale, nel quale i simboli di un partito o di una Nazione, rappresentati capovolti o gettati a terra, indicano il disprezzo e la sconfitta della realtà o ideologia rappresentata, il fondatore di un movimento che si definisce ecclesiale e che afferma di voler rifondare la Chiesa di Cristo, per indicare il successore del primo Vicario del Divino Maestro, abbia scelto un simbolo inesistente tra i numerosissimi graffiti trovati nei luoghi storici della presenza di Pietro, che mostrano - come già ricordato - la raffigurazione del gallo, a ricordo del rinnegamento e quella delle chiavi, a ricordo del primato ricevuto dal Divino Maestro.

Per quanto riguarda l'accettazione passiva dei prelati presenti (data l'età del Papa di allora) sarebbe bene chiederne conto al Maestro delle cerimonie allora in carica. Il responsabile era lui.


Qualche altra considerazione in libertà

Ci sembra il classico caso in cui anche l'eccezione conferma la regola.
Infatti non stiamo parlando di un'affermazione assoluta nel campo della matematica (per smontare la quale è sufficiente un solo controesempio). Siamo invece nel campo della storia, dove talvolta le eccezioni (purché rare) finiscono per confermare l'asserto che si vuole dimostrare.

Esempio: la storicità dei Vangeli. I Vangeli in alcuni punti si contraddicono (il discorso della montagna è stato fatto "sulla montagna" o in una "pianura"? chi arrivò per primo al sepolcro vuoto? eccetera. Ciononostante li si reputa storicamente attendibili. Li si reputa storicamente attendibili poiché se fossero stati perfettamente coerenti, qualunque storico avrebbe sostenuto che gli autori avevano concordato cosa scrivere e cosa no (concordando cioè uno spot pubblicitario, piuttosto che il resoconto dei fatti scritto da quattro diversi "cronisti" con le loro fonti e i loro punti di vista).

Ora, veniamo alla foto che ci è stata mandata. Si converrà che l'altare della foto è molto recente (non è certo stato costruito nei primi secoli del cristianesimo: eppure quello sarebbe il Carcere Mamertino, costruito nel IV secolo dove tra l'altro, come già detto, NON fu rinchiuso mai Pietro Apostolo), per cui già questo non tocca l'asserzione che "non è mai stato usato quel simbolo" almeno per i primi quindici-sedici secoli di storia cristiana.

L'onere della dimostrazione resta a chi ha posto il problema. Resta a lui dimostrare come mai il simbolo della croce rovesciata, utilizzato lì, non sia mai stato imitato da nessun'altra parte.

Sul pavimento di una chiesa romana è possibile vedere il cerchio con i segni dello zodiaco (un segno tutt'altro che cristiano): ma nessuno può ragionevolmente negare che "lo zodiaco non è mai stato parte della simbologia cristiana".

Tra i dipinti di una chiesa torinese è possibile vedere, in un quadro in cui sono rappresentati alcuni santi di Torino, anche la figura di Gandhi, del cardinale di Torino, e del parroco che ha fatto dipingere il quadro: ma nessuno può ragionevolmente negare che questi ultimi tre, a tutt'oggi, non siano mai stato oggetto di venerazione da parte dei fedeli cattolici (perlomeno quelli sani di mente).

Insomma, ringraziamo per la collaborazione, ma facciamo presente che il metodo andava bene per la matematica, non per la storia.

Se poi si voglia cercare in giro (tanto per cambiare, su "google") il testo "croce rovesciata", si troveranno conferme a quanto andiamo dicendo: laddove non si parla dei neocatecumenali, si parla esclusivamente di satanisti e aspiranti tali. Numerosissimi indizi: e sono gravi, precisi e concordanti.

I simboli comunicano moltissimo.

Non è stata la massoneria ad inventare il compasso e la squadra, ma se tu li usi nello stemma della tua associazione, chiunque ci vedrebbe un riferimento alla massoneria: e non saresti scusato dall'ignoranza. Hitler non è stato il primo ad usare la svastica: ma se sulla porta di casa tua ostenti un'elegante svastica, chiunque penserà che lì abita un nazista, e non saresti affatto scusato dall'eventuale ignoranza.

Per cui è indifendibile un Kiko che usa la croce rovesciata, simbolo troppo facilmente riconoscibile come satanico. Pietro si fece "crocifiggere a testa in giù", ma la sua intenzione non era di rovesciare la croce. Kiko ha fatto sedere il successore di Pietro su un trono con la croce rovesciata: e c'è qualcosa di davvero malefico, in questo.

Il simbolo tipico di Pietro sono le chiavi: chi ci ha scritto conoscerà certamente il simbolo "PE", graffitato frequentemente nelle catacombe romane, con la "E" incastrata nella gamba della "P", a formare il simbolo di una chiave. Le chiavi, la rete da pescatore, la crocifissione a testa in giù.

Ebbene, Kiko lì non ha proposto un trono con le chiavi (o col pesce, o con altro simbolo cristiano), ma un simbolo che ha preteso di interpretare come il martirio di Pietro; se per assurdo le cose stessero come dice Kiko, allora è come aver augurato al Papa di morire presto.
I simboli "parlano". Se ci fosse stato il pesce, sarebbe stato come dire a tutti che il Papa è la nostra guida nella fede. Se ci fossero state le chiavi, sarebbe stato come riconoscere il Papa capo della Chiesa voluta da Cristo stesso.

E invece no. C'era la croce rovesciata, nuda, verticale. C'è da supporre che il Papa, messo davanti al "fatto compiuto", abbia per puro spirito di carità evitato di rovinare la festa neocatecumenale, sedendosi lì, ma certamente non sarà stato allegro per lo scherzaccio.

martedì 7 dicembre 2010

domenica 5 dicembre 2010

SECONDO SCRUTINIO: KIKO SCRUTA UN PRESBITERO




Kiko (chiama un presbitero).
Kiko: Dove ponevi la tua sicurezza?
– P.: Io penso che ponevo la mia sicurezza nella perfezione etica, una vita di sacrificio, nell’obbedienza portata fino all’estremo nella povertà totale, nella castità, nell’autodominio, nell’onorabilità. Cioè, in quello che io intendevo essere un buon prete e per esserlo ben riuscito.
Questo mi portava a superare i complessi della mia infanzia, l’essere di un paese, il fisico. Io mi ricordo che leggevamo a scuola un racconto di due sorelle, e una era molto brutta e non so che, e l’altra era molto bella. E la brutta disse: “Bene, io sarò molto buona” e finirono tutti per amarla molto di più. Beh, un pò questo. La gente diceva: “Che prete santo”!, avevo amici e io mi sentivo realizzato. Mi dava libertà per parlare con gli altri e di giudicarli senza sentirmi colpevole perché io giudicavo secondo alcuni principi che credevo di compiere almeno esteriormente. Di fronte ai miei superiori non mi intendevo del tutto perché sempre mi dicevano che ero un pò estremista, che non bisognava prendersela tanto. Io così pensavo che mi accettavano di più, sempre avevo questa speranza.

Kiko: Concludendo: avevi un complesso di brutto. E questo complesso di brutto ti ha portato ad avere paura che non ti amassero e ad adottare una linea di perfezionismo perché ti amassero. Quindi dove cercavi la tua sicurezza? Nel fatto che ti amassero, no?
– P.: Nella perfezione, nell’essere prete...

Kiko: Però la tua sicurezza era l’affetto, che ti amassero, no?
– P.: Sì, effettivamente l’essere buono senza che nessuno lo sapesse non mi attirava molto.

Kiko: C’è stato qualche cambiamento di direzione nella tua vita?
– P.: Quello che so è che mi sembra che mi importi meno l’essere buono. Io credo di sì. Continuo ad aspirare alla stessa Perfezione e a vedermi perfetto, però c’è una cosa che vedo chiara ed è che l’apparire buono non mi importa tanto, benché mi importi qualcosa. Non dico che sono già buono.

Kiko: Tu hai detto che non ti importa tanto di fronte agli altri ma sì davanti a te stesso.
– P.: Non lo so, non sono sicuro. Però credo che no, che anche di fronte a me stesso mi importi meno. Certamente mi vedo con difetti e vedo la falsità di tutto ciò. Penso che se continuassi nella stessa linea la gente continuerebbe ad amarmi, continuerebbe a pensare che sono un prete straordinario o cose simili. Di fronte a me stesso non mi importa tanto vedermi così e credo che di fatto non lo sono. Credo che sì, ho visto un cambiamento. E non solamente in questo, ma anche in altre cose, nel denaro, nei rapporti con le persone. Per esempio io mai avrei portato una ragazza in macchina per accompagnarla a casa sua dopo una celebrazione, e adesso non mi importa.

Kiko: Ancora oggi in quali cose cerchi la tua sicurezza?
– P.: Questa è una domanda alla quale non ho saputo rispondere. Cioè io vivo oggi in una specie di scetticismo.

Kiko: In che senso, scetticismo?
– P.: Credo che non si tratti di sfiducia. Non lo so. È come una mancanza di sicurezza.

Kiko: Hai perso il senso del cammino? Tu credi che qui arriverai veramente ad essere cristiano?
– P.: Non ho perso l’idea del cammino, però ciò nonostante nella mia sensibilità non ho una esperienza forte di Gesù Cristo in modo che Gesù Cristo sia la mia sicurezza. Ora, tutto il resto non lo so.

Kiko: Un momento. Gesù Cristo non è la tua sicurezza, allora qual è la tua sicurezza oggi?
– P.: Io penso che non è nessuna cosa.

Kiko: All’infuori di Gesù Cristo non cerchi la tua realizzazione in nessun altra cosa?
– P.: Pensando che mi si va dare qualcosa? No.

Kiko: Cioè che quando qualcuno ti critica tu non ti arrabbi.
– P.: Sì, mi arrabbio, però...

Kiko: Se non fosse una sicurezza per te l’affetto che gli altri hanno verso di te, non ti arrabbieresti se qualcuno ti rifilasse una punzecchiatura, così, con noncuranza.
– P.: Ti assicuro che non so se sarà per autoeducazione, ma io realmente cerco di non avere bisogno dell’affetto di nessuno, che nessuno mi creda buono né che nessuno mi ami. Chiaro, è che non ho avuto tempo per raccontarlo. Io ho avuto un momento di crisi molto forte in questo aspetto, in cui tutto, umanamente, mi veniva meno e io mi sono sentito totalmente solo, tutte queste cose che avevo lasciato non le cercavo perché sò che non servono; e tutto questo di che la gente mi ami, non lo so. Oggi cerco di non aver bisogno dell’affetto di nessuno.

Kiko: Ah, cerchi.Però forse non puoi averlo, no?
– P.: Certamente a volte ho bisogno che la gente mi ami, però io reagisco, c’è un momento in cui reagisco, non resto in questa situazione. Questo è quello che volevo dire.

Kiko: Vediamo. Io vorrei dirti una cosa, non solo a te ma anche a tutti gli altri. In questo momento la Chiesa esercita attraverso i catechisti un potere di discernimento, di aiuto, di esorcismo, attraverso la vostra realtà; e io credo in questo potere, e che è una grazia di Dio che dà al catechista, come la darà a voi quando sarete catechisti di altri fratelli per poter aiutare, e che vi è dato nella buona intenzione che ha la Chiesa, attraverso questo catechista, di aiutare il fratello. Pertanto approfittate di questo momento non per difendervi ma per ricevere questo atteggiamento, questa correzione, questa cosa dalla Chiesa. La Chiesa prima lo faceva sempre per mezzo delle direzioni spirituali, e oggi la direzione spirituale sta cambiando nella Chiesa in un’unica direzione che è la Parola di Dio nel Tempio, corretta e illuminata in certi momenti, come sono gli scrutini, nei quali si aiuta il fratello quando la vita si incastra e non va né indietro né avanti, ed allora c’è bisogno di un intervento della Chiesa che lo aiuti e l’illumini. Proprio per questo non scuteremo tutti, ma solo quei fratelli che abbiamo bisogno di aiutare. Tanto più perchè questo serve a tutti, perché al sentire come un fratello è scrutato state vedendo la vostra vita, vi state scrutando.
– P.: Bè, io una cosa mi dimenticavo. A me piace che le cose riescano bene, che la gente pensi: “Che bella cerimonia delle prime Comunioni”. “Che celebrazione dell’Eucarestia stupenda!”.

Kiko: Questo cosa vuol dire? Che ti importa ciò che dicono gli altri?
– P.: Beh, un poco quello che ho detto prima, questa perfezione. Che mi piace che si vedano le cose che faccio bene.

Kiko: Seconda tentazione: che cosa non accetti della tua vita?
– P.: ho sempre una paura terribile del ridicolo, non ho mai accettato secondi posti, non ho accettato il ricevere dagli altri, mi è piaciuto molto dare, mai ricevere, e se ho ricevuto qualcosa è stato pensando che facevo un favore a coloro che mi davano qualcosa.

Kiko: E questo perchè? Perché non ti è mai piaciuto ricevere?
– P.: Non lo so. Possibilmente per quello che ho detto prima, perché mai mi sono creduto inferiore a nessuno, perché ho bisogno di essere superiore.

Kiko: Un momento. Perché hai avuto bisogno di crederti superiore. E perché hai avuto necessità crederti superiore? Perchè ti sentivi inferiore.
– P.: Sicuramente, chiaro.

Kiko: Se si sente bisogno di credersi superiore è perché ci si sente inferiori.
– P.: Tutto questo fino al punto di incrociare uno per le scale e se ci diciamo qualcosa, restare a pensare che gli avrei potuto dire tale cosa, perché così ho fatto l’indiano.

Kiko: Non puoi ricevere perché non puoi accettare di sentirti inferiore. Ricevi cose dagli inferiori.Tu hai relazionato il non ricevere con l’affanno che hai di sentirti superiore. E perché vuoi sentirti superiore? Ah!, sarà perché ti sentivi inferiore. Se vuoi essere superiore è perché ti senti inferiore. Per questo non sopporti il ridicolo, i secondi posti, gli inferiori, gli animali, che dice la gente poverino, poverino. Avanti, hai visto un cambio di direzione? Cioè che tu non accettavi il tuo complesso, di brutto o di quello che sia (perdonami) che ti porta a non accettare il ridicolo, ecc... Bene, nella comunità hai visto un cambio di direzione?
– P.: Beh, non lo so. Io vedo alcuni segni di sì, in quanto accetto le cose degli altri.

Kiko: Un segno sarebbe per esempio incominciare ad accettare di fare il ridicolo, dico, no?
– P.: No, lì non sono arrivato.

Kiko: Questo si trova ben radicato.
– P.: E i secondi posti, tanto meno. Nemmeno qui se vuoi, in questi giorni.

Kiko: Devi essere il primo.
– P.: Posso non aver nessun ruolo, ma fare il secondo... Nemmeno nel canto. Io devo fare sempre una seconda o terza voce...

Kiko: Un momento, un momento. Questo è molto importante. Dici che hai una vera impossibilità (questo lo dico perché impariate tutti) a ricevere per complesso psicologico, forse non hai ricevuto nulla dalle catechesi, perché ciò significa ricevere e se stai con la chiave chiusa. Questo è molto importante. Se sei stato chiuso a chiave, ascoltando solo ciò che ti va bene, come il primo, mai il secondo. Beh, non ti dico nulla! Voglio dire se tu credi che questo complesso che tu hai è giunto a questo estremo o no? O realmente la catechesi per te è impossibile che abbia influito però non...
– P.: Me lo chiedi?

Kiko: Te lo chiedo.
– P.: Io credo che non è arrivato, a questo punto, credo di aver accettato.

Kiko: Meno male.
– P.: Credo che mi sono staccato dalla mia teologia, dalla mia linea di vita e di tutto questo, penso che sì che ho accettato. Forse non da tutti. Degli stessi catechisti ci sono alcuni che non accetto, però alcuni li accetto come superiori a me e ne accetto delle cose? Anche se son solito passare pure il conto, cioè che restituisco loro qualcosa.

Kiko: Cioè che se ricevi qualcosa devi restituire. Ancora oggi che cosa non accetti della tua vita e non comprendi?
– P.: Lo stesso di prima, già, l’ho detto, i secondi posti e il ridicolo.

Kiko: Allora il responsabile della comunità lo avresti accettato sempre male.
– P.: Sì, sì, male, sì.

Kiko: Vediamo un pò: gli idoli di questo mondo per te.
– P.: Il denaro, le cose che da il denaro, il successo, i figli come opera maestra della propria vita.

Kiko: Durante il cammino hai sperimentato una vittoria di Gesù Cristo?
– P.: Senti, non lo so. Quello che ho sperimentato è che adesso non so che cosa sia essere povero, essere efficace, essere umile. So che con il mio sforzo non posso ottenere nessuna di queste cose, perchè io ho voluto essere povero e umile e poi non lo ero. Sono vissuto molti anni pensando che amavo tutti e poi risulta che non amavo nessuno, questa è una esperienza lunghissima della mia vita. E in generale non so cosa sia essere povero né nulla, per questo dico che non so se sono cambiato o no. C’è una cosa in cui, sì, ho avuto una luce da Dio riguardo a questo aspetto ed è quello che mi mantiene nella vita e nel cammino, l’essere come Gesù Cristo, essere felice con Gesù Cristo, essere povero come Gesù Cristo ed essere crocefisso come Gesù Cristo. Allora chiedo a Dio perché me lo dia, perché questo è meraviglioso, però io non so come si arriva a questo né cosa sia, ma voglio me lo dia. Io non so se sono cambiato o no. E quali sono i miei idoli? Beh, io stesso,e lo stare su un piedistallo che mai si affonda.

Kiko: Molto bene. Tu vuoi entrare nel catecumenato? Sinceramente.
– P.: Io voglio giungere ad essere la presenza di Gesù Cristo nel mondo. Ma il fatto è che...

Kiko: Bene. Io voglio chiedere a te, indipendentemente dal fatto che sei parroco, che sei nella parrocchia e che questo fatto del cammino ti da buona fama davanti al vescovo della diocesi, adesso, e che si diano catechesi; perché tutto questo il Signore te lo può togliere tranquillamente, ti metta in crisi e ti secolarizzi entro venti giorni. Io ti chiedo: come persona, a te interessa questo cammino, vuoi entrare nel catecumenato?
– P.: Bene, è che a me, da quando abbiamo incominciato il cammino, ci sono varie cose che mi mettono in crisi, che a volte mi fanno dubitare. Più che dubitare, a volte mi fanno sentire a disagio.

Kiko: Quali cose?
– P.: Del cammino. Ne ho già parlato con voi. Non le ho digerite. Ho molta voglia che nel cammino entri la storia della Chiesa, non solamente come secoli, ma che appaia più chiara la vita della Chiesa e in concreto che questa esperienza ci arrivasse dalla parola dei vescovi e ciò non succede. Perché la Chiesa non è stata perdendo il tempo da Costantino ad ora. La Chiesa ha continuato a camminare, non tutto è male, ci sono cose pure buone e lo Spirito Santo ha agito. E mi pare che manchi una illuminazione di questa Chiesa che in questi momenti vedo rappresentata dalla gerarchia. Il cammino in fondo è chiaro che io lo voglio, ora, ci sono certe cose esteriori, per il fatto che le conduciate voi, che mi creano problemi.

Kiko: Chi preferiresti che lo conducesse?
– P.: Vedo un problema anch’io nel fatto che nelle comunità abbino gettato dietro le spalle la legge di Dio e la abbiano sostituita con la legge di Kiko, abbiano cambiato una legge per un’altra legge.

Kiko: Però, chi ti piacerebbe che conducesse il catecumenato?
– P.: No, se a me non importa che lo conduciate voi. Mi sembra una cosa buona, però credo che sarebbe importante che ci fosse pure la gerarchia. Ti dico che di fatto io sono stato contento semplicemente perchè il Vescovo ma ha detto: “Continuate avanti con l’esperienza”. E io pensavo che questo era sufficiente. Però mi avrebbe dato molta più allegria avere la ricchezza dell’esperienza della Chiesa attraverso il mio Vescovo.

Kiko: Però adesso il Vescovo della tua diocesi vi accetta il cammino, no?
– P.: Sì, sì.

Kiko: Accetta questo cammino e non ha nessun problema.
– P.: Sì, ha pure detto che è ciò che ha più consistenza di quello che ci è nella sua diocesi.

Kiko: Allora perché credi che non siamo con la gerarchia?
– P.: No, io non dico che non siamo con la gerarchia. Quello che dico è che il cammino si arricchirà quando la gerarchia lo prenderà sul serio.

Kiko: Tu sei stato a Roma quando abbiamo fatto la riunione dei parroci? Lì parlò il Papa pubblicamente e c’erano presenti vari vescovi. Bene, ti dirò una cosa che può servire per tutti. Mi dispiace che nel fondo di tutto questo ci sia la tua situazione psicologica e tutte queste cose, ma i carismi Dio molte volte non li dà ai Vescovi, li può dare a un tipo qualsiasi. Precisamente se i vescovi pensassero esattamente come noi, non ci sarebbe bisogno che ci fossimo noi, il catecumenato, non avremmo una ragione di esistenza. Precisamente perchè non lo sanno, noi abbiamo una ragione di esistenza. Come disse l’Arcivescovo Morcillo: “Io non ho ricevuto il carisma, lo avete ricevuto voi”. In quella riunione c’eri tu. Il Vescovo non è padre dei carismi. L’autore dei carismi è Gesù Cristo. Il vescovo ha il discernimento dei carismi e decide se un carisma è da Dio o non è da Dio. Colui che discerne i carismi nella tua diocesi è il tuo vescovo. E il tuo vescovo non ti può dire di più? Ti ha detto che questo è quello che ha più forza e più entità nella diocesi, la cosa più seria che c’è. Egli stesso va aprendo il cammino e dicendo a voi parroci che potete accettare.Vi sta comandando di fare catechesi, lo stesso vescovo. È curioso come in te c’è una cosa contraddittoria. In altre diocesi le cose non staranno così bene, il vescovo ha i suoi dubbi, ma quì il vescovo stà così bene e invece tu hai molte gelosie perchè noi portiamo il cammino, ti piacerebbe che lo portasse di più il vescovo. O ti piacerebbe condurlo di più tu? Perché in definitiva tu hai detto qui che non ti piece avere secondi posti. Bene, vediamo. Con tutto questo non mi hai risposto alla domanda che ti ho fatto prima, se tu volevi passare al catecumenato, cioè che autorità dai tu a questo cammino, nel senso che ti può condurre personalmente alla fede, ad una fede più adulta.
– P.: In questo aspetto sì, lo voglio, sì lo credo, però penso che posso creare problemi. Di questo si potrebbe parlare più lungamente.

Kiko: Che tipo di problemi?
– P.: Già sapete che vengo così da altre convivenze ed ancora non l’ho digerito.

Kiko: Ma che cosa non hai digerito in concreto? Il fatto della legge di Kiko? O il fatto che io conduca il cammino? Che cosa?
– P.: Sì, questo: il vedere come di fatto, per lo meno io vedo così, si sostituisce la legge di Dio con la legge di Kiko. Lo stesso che dico a voi, io l’ho messo in discussione nella parrocchia e in questo momento io devo parlare al vescovo, e molto tranquillamente.

Kiko: Vediamo. Se il Signore ci porta qui tu devi discernerlo come parroco della tua parrocchia. Devi considerare che il Signore va a creare uno scombussolamento tremendo nella tua parrocchia e questo disorienterà molto le persone. Se noi apriamo un cammino, dobbiamo portare una interpretazione della Parola e se stiamo aprendo un cammino che in definitiva vuole essere per gente non adulta nella fede, secolarizzata, allora dobbiamo portare una interpretazione della Parola. E ai Vescovi toccherà, in ultima istanza, sapere se questo è un carisma da Dio, o se è che io sono un idolatra di me stesso, mezzo pazzo; se qui veramente si sta facendo del bene alla gente o se la si sta distruggendo. Nessun Vescovo ci ha proibito mai nulla. E quando giunse il momento che il Papa parlasse, non credo che abbia detto nulla di negativo, e il Papa non parla a casaccio. Qui in Spagna non abbiamo fatto nessuna propaganda, né abbiamo voluto parlare di questo, però il Papa chiamò Mons. Romero de Lema, che è il vescovo di Jesus e oggi è il Segretario della Congregazione del Clero, e stette tutto un pomeriggio, circa sei ore parlando di questo cammino, perché questo vescovo è quello che più lo conosce. Ma bene, tutto questo è il meno importante. Voglio dirti che tutto questo non ti servirebbe, perchè è un problema tuo, personale, che ti nasce un poco da questa realtà che hai dentro di te che se l’hai illuminata è stupendo. Tu forse esponi qui tutto questo forse per farti notare, però è necessario sapere se questo è illuminato in te. Allora, se si trova illuminato, se è illuminato che tu nel fondo hai un complesso molto profondo di inferiorità perché non ti sentivi amato dal superiore, o per altri motivi, ed hai paura di fare il ridicolo, tutto questo influisce nel tuo ministero e ti condiziona. Se questo fosse illuminato la prima cosa che succederebbe è che saresti molto più cauto di fronte a te stesso, alle tue proprie convinzioni, e ti appoggeresti di più a Gesù Cristo. Non lo so, ne parleremo se vuoi, però pensa: da  altre convivenze fino ad oggi, tutto questo si trova non illuminato. C’è una zona in te che non è chiara.
– P.: Il problema tremendo per me è stato che la maggioranza dei conflitti con la comunità è venuto da quì, ma forse in altro senso perchè io mi son visto fino ad oggi tra quello che vuole il mio vescovo e quello che permette il mio vescovo. Ciò che il mio vescovo voleva era un tipo di parrocchia, e quello che il mio vescovo permetteva erano le comunità.

Kiko: Ma adesso hai un vescovo nuovo e questo è già finito. Perché la causa non era questa. Abbiamo passato la vita lottando con i preti: che se si tocca il calice, se non si tocca. E risulta che poi abbiamo scoperto che nel fondo non c’era la questione di “se il vescovo lo permette, o se il Vescovo non lo permette”, ma era una questione affettiva che non sopportava che un altro lo comandasse. Però ci sono altri casi e come dici tu molto bene bisogna vedere le condizioni. Bene, ne parleremo. Vediamo il responsabile. Tu come responsabile, hai visto se il presbitero ha condotto il cammino, o questi problemi sono stati sempre in primo piano? Sinceramente.
– R.: Io credo che il problema viene dall’inizio. Quest’uomo aveva nella sua mente uno stile di comunità. Allora facemmo con lui alcune riunioni di sposi, di revisione di vita, e così incominciò a lavorare con noi; però tutta la sua visione era comunità, comunità. Quindi ci riempie dell’idea di comunità, io un giorno vengo a Madrid e mi incontro con una comunità di Pio XII. Allora lui disse: “Fate quello che volete”. Io penso che noi gli abbiamo imposto una comunità che non è quella che lui aveva in mente. E credo che da lì venga il problema. Per il resto non ci fa soffrire degli altri problemi. Quando presiede ci situa pienamente nella celebrazione perchè lui è il primo che la vive.

Kiko: Tu hai visto attraverso il cammino catecumenale un cambiamento in lui?
– R.: Sì. Lo vedo perché all’inizio era incapace di soffrire e adesso soffre. Perché abbiamo avuto grandi scontri, gli ho detto cose molto grosse e le ha sopportate. Vedo che c’è una forza al disopra di lui che lo fa recuperare.

Kiko: Bene, con questo finiamo. Io ti dirò che in te vedo un problema affettivo profondo, di complesso che ti ha “mediatizzato” moltissimo nella vita. Hai avuto espressioni mentre parlavi, come per esempio “vedermi perfetto”. Non sopporti una imperfezione. Bisogna scoprire dove sta il non accettare i difetti, l’avere un atteggiamento di scetticismo perchè stai sopportando una situazione di comunità quando tu vorresti apparire bene di fronte alla diocesi, che la tua parrocchia sia la migliore, ecc. Il non poter accettare assolutamente il ridicolo. Tra quello che non accettavi prima della comunità e quello che non accetti oggi, non hai potuto dire un cambiamento reale perché sta tutto lì. In cambio hai speranza di raggiungere questo e hai detto che ti darebbe molta gioia il poter soffrire come Cristo, essere povero come Cristo.Tutte cose masochiste di Cristo. È curioso eh? Questo ti può aiutare. La cosa più importante per te è che tu scopra a questo punto del cammino, nel passaggio al catecumenato, se questo è un carisma o non è un carisma. Ogni carisma che Dio dà alla sua Chiesa è per aiutare la Chiesa.Tu forse, per le tue circostanze psicologiche, per le tue circostanze di vita, o per ciò che sia, puoi inventarti perfettamente un altro catecumenato, o copia il nostro, quello che vuoi. Oggi lo stanno facendo molti preti. Poi il tempo dimostrerà quelli che restano. E io con questo non voglio dire nulla. Puoi farlo perfettamente tu, mi sembra una cosa molto buona. Però quello che mi sembra strano è che dopo questi anni, nella città nessuna altra parrocchia ha chiesto catechesi. Questo mi meraviglia moltissimo. E con te sempre molte lotte e problemi. In questo momento io ti vorrei chiamare a conversione. Dobbiamo vedere tutti e due insieme con umiltà, seriamente. Perché se questo è un carisma di Gesù Cristo forse viene anche per te, per convertirti come sacerdote, perché riscoprire il battesimo non credo faccia male a nessun religioso, a nessun prete, né a nessuna persona, a tutti ci fa bene. Ad ogni modo, siccome ci vedremo nella comunità, parleremo.
Grazie, puoi sederti.

Kiko: Ad ogni modo è importante, che se qualche fratello vede qualcosa, (noi siamo un cammino della Chiesa, che si sta aprendo, importante o non importante, lo dirà il Signore) che lo scandalizza la nostra parola, che non crede che sia vera, che non sia d’accordo con il fatto che noi consideriamo che passarlo al catecumenato sia fargli del male, ossia, che tra poco tempo starebbe fuori perché non ha potuto continuare e sarà frustrato e affonderà, può andare in altro luogo della Chiesa. Oggi ci sono molti catecumenati. Noi abbiamo avuto molti macelli. Il parroco di Pio XII ci disse: “Ma che è questo, voi a Messa da soli, questo è un piacere”. Non accettò il cammino. E se noi non avessimo difeso il cammino nella sua idiosincrasia, nella sua ragione d’essere, oggi sarebbe completamente distrutto perché ciascun prete lo avrebbe inventato a suo stile. Siamo andati avanti come abbiamo potuto, senza alcuna autorità, infatti io non sono nessuno. Adesso quelli della catechetica stanno inventando un altro catecumenato, quelli del mondo migliore se ne inventano un’altro, ciascuno a suo stile, ciascuno si inventa le sue comunità. Alcuni con maggiore impegno politico, altri con meno, altri con non so cosa, e come più gli piace. Mi sembra una cosa molto buona che ciascuno stia nel cammino che vuole. Noi abbiamo questo. Adesso abbiamo una riunione con il Cardinale Tarancòn con tutti i parroci e presbiteri del cammino nella diocesi di Madrid, che sono circa 70, per parlare di questo cammino. Adesso, che voglia accettare questo cammino e crede che è un cammino cristiano che può portare veramente al cristianesimo, sa che deve accettare questo. Allora, per voi, per quelli che il Signore chiama e vogliono seguire questo cammino, coloro che vogliano... Chiaro, questa è una cosa che io dico un pò tristemente, perché? Perché io penso che la Chiesa primitiva non aveva che un solo catecumenato, perché il catecumenato è il Battesimo, non c’era differenza tra Battesimo e catecumenato. Si chiamava catecumenato il cammino del Battesimo. Non ci potevano essere due battesimi né tre battesimi, né un altro catecumenato in cui i segni fossero più debolucci. Se c’era un altro catecumenato era quello degli eretici, che la Chiesa primitiva chiama: “Di coloro che sono usciti di mezzo a noi”. La prima decomposizione che c’è stata nella Chiesa di Gesù Cristo è stata precisamente questa: che la gente che stava nella Chiesa primitiva usciva e faceva un’altra Chiesa per conto suo. Di essi dice S. Giovanni che sono l’Anticristo e sono usciti di mezzo a noi. Questo, sapete, è una cosa terribile, perché vedendo la storia della Chiesa primitiva una delle cose che scandalizza è precisamente la decomposizione in sette: i docetisti, i manichei, ecc... Non potete immaginare le quantità di sette che sorgono dalla Chiesa primitiva, che si sganciano e ciascuno diceva che la sua era migliore dell’altra. Dopo, con la storia, soccombettero; molte di esse sono morte ed ha continuato al Chiesa vera. Io con questo non voglio dire che il nostro cammino sarà meglio, sorgeranno altre cose. Io veramente sono sorpreso della comunione che abbiamo ancora nonostante la diffusione che ha già il cammino.

venerdì 3 dicembre 2010

APPROVATO DIRETTORIO CATECHETICO DEL CNC? NO, LE SOLITE BUGIE DI PINOCCHIO.

Sopra: il pinocchio neocatecumenale.

Gia' da ieri su alcuni sgangherati siti neocat circola la notizia, non suffragata da alcuna prova, che a padre Ezechiele Pasotti, (chissà perchè a lui e non a Kiko e Carmen) sia stata consegnata la versione approvata del direttorio catechetico neocatecumenale. Data la portata di questa notizia, veramente non da poco , ci siamo subito adoperati per saperne qualcosa. Risultato: niente. Una bugia del solito "pinocchio". ATTENZIONE "PINOCCHIO" NON SI DICONO LE BUGIE...... Ma se conosci così bene il "celebre" padre Pasotti , perchè prima di pubblicare certe notizie non ti sei fatto dare un qualche documento...eh?! Magari saremo sconfessati in serata ( al peggio non c'è mai limite) ma non ti sembra che sia poco serio pubblicare una notizia priva di alcuna fonte attendibile? Come mai il SITO del CAMMINO NEOCATECUMENALE(quello ufficiale n.d.r.) NON NE FA MENZIONE ?
OVVIO E' LA SOLITA BUFALA!!! E non venite a propinarci che l'approvazione sarebbe quella del 2003 è storia vecchia.....La pace.